secondo assioma della comunicazione
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Il 2° Assioma della Comunicazione attraverso i film: “La metacomunicazione regolamenta i rapporti”

Nello scorso articolo ho parlato del Primo dei Cinque Assiomi della Comunicazione elaborati dalla Scuola di Palo Alto e raccolti, nel 1966, all’interno del libro Pragmatica della Comunicazione Umana. Per cercare di esplicare in modo efficace e di estetizzare allo stesso tempo un tema che, viceversa, potrebbe risultare pedante, ho deciso di giocare un po’, associando la trattazione ad alcune scene del cinema italiano e straniero. Con il Secondo assioma della comunicazione entriamo maggiormente nello specifico dei risvolti della comunicazione umana e mi concentrerò sul rapporto che intercorre tra messaggio, contesto e significato dell’atto comunicativo.

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Il Secondo assioma della comunicazione

Il Secondo Assioma della Comunicazione chiarisce che ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione. Non solo, nell’opera di Watzlawick, Beavin e Jackson viene specificato come “il secondo (la relazione) classifica il primo (contenuto) ed è quindi metacomunicazione”. Il focus qui viene posto sulla duplice natura di qualsiasi atto comunicativo, il quale reca sia un aspetto di notizia (cosa diciamo) e sia uno di comando (come lo diciamo). Semplificando al massimo, il significato di un messaggio dipende sia dal suo contenuto sia dal modo in cui lo esprimiamo.


Django Unchained – Quentin Tarantino 2012

Django Freeman (Jamie Foxx) e il Dottor King Schultz (Christoph Waltz) si recano a Candyland, la sontuosa dimora di Calvin Candie (Leonardo Di Caprio), uno tra i più ricchi latifondisti del Mississippi nonché appassionato organizzatore di combattimenti tra lottatori mandingo. Piccolo passo indietro: Django Unchained è ambientato nella seconda metà dell’800, in un periodo storico segnato dall’agghiacciante piaga della schiavitù. Il Sud degli Stati Uniti, all’epoca, rappresentava il baluardo dello schiavismo: allora, in quelle zone, non era certo consuetudine imbattersi in un uomo di colore, libero e vestito di tutto punto, come è Django, seduto al tavolo assieme a facoltosi negrieri del posto. Il proprietario di casa Calvin, durante il banchetto propedeutico a una fantomatica trattativa che avrebbe dovuto portare all’acquisto di un lottatore da parte del Dottor Schultz, si abbandona ad un soliloquio durante il quale indottrina i commensali su una serie di nozioni riguardanti la frenologia. In particolare, Di Caprio spiega ai presenti che le persone di colore sono dotate di un cervello che, per sua stessa conformazione morfologica, possiede caratteristiche utili a perpetrare un atteggiamento di ossequiosa obbedienza. Durante il proprio monologo, il personaggio snocciola una serie di teorie volte a dimostrare l’inferiorità degli uomini di colore rispetto ai bianchi. E mentre ponteggia, ostenta un atteggiamento calmo, rilassato. Il contenuto del suo messaggio ha a che fare con la trasmissione di un sapere di cui egli è in possesso, ma il comando – la relazione – è di tutt’altra natura e mira a indisporre Django. Il distacco tra l’oggetto del messaggio e la relazione che esso pone in essere è palpabile, prova ne sia l’atteggiamento di nervosismo e disagio che il dottor Schultz e Django provano ad ammantare durante i tre minuti di spiegazione cui sono sottoposti. In questo caso, è evidente, l’intento comunicativo non è nel messaggio, bensì nella relazione e nel contesto che lo accoglie: Django non è il benvenuto, Django dovrebbe avere le catene ai polsi e obbedire al padrone bianco.

La relazione asimmetrica

Una comunicazione è codificata e decodificata anche mediante il tipo di rapporto che intercorre tra gli interlocutori. Ciò non vale nel caso di un interscambio tra amici o tra persone coinvolte in un legame di confidenza e spontaneità. Tutt’altro discorso, però, vale quando uno dei due soggetti della comunicazione è posto in uno stato di subalternità rispetto all’altro. A lavoro, per esempio, se un collega che occupa una posizione gerarchicamente superiore alla nostra ci domanda, cortesemente, di sbrigare una pratica, in realtà non ce lo sta chiedendo, bensì sta impartendo un comando, anche se esposto sotto la falsa forma di una richiesta gentile. In questo caso, la relazione asimmetrica che intercorre tra i due protagonisti dello scambio definisce il significato stesso dell’atto comunicativo e influenza la risposta di chi riceve la richiesta. Se quella stessa istanza fosse stata avanzata da un nostro pari grado, noi avremmo potuto rispondere “”, “no”, “non ora”, “fallo fare a qualcun altro”. Se però la stessa domanda viene rivolta da un superiore, la nostra reazione non può che essere di accettazione: la domanda, di fatto, non è una domanda.


Fantozzi – Luciano Salce (1975)

Negli ultimi minuti dell’iconico Fantozzi, prima opera di una saga entrata nell’immaginario del cinema italiano, Ugo Fantozzi – Paolo Villaggio si macchia di insubordinazione nei confronti dei suoi padroni e datori di lavoro, arrivando persino a scagliare un sasso contro una vetrata. Scoperto, Ugo Fantozzi viene portato al cospetto del Megadirettore Galattico – Paolo Paoloni. Il dialogo è straordinariamente surreale: il ragioniere affronta l’intera sequenza con un atteggiamento di costante riverenza; d’altra parte, il Megadirettore si dimostra incredibilmente cordiale, comprensivo, persino amorevole nei confronti del suo impiegato impenitente. La relazione posta in essere tra i due e lo scarto abissale tra le condizioni sociali dei due protagonisti sono talmente evidenti che lo stesso messaggio non necessita di ulteriori chiarimenti: il tono del Megadirettore è confidenziale, la voce rassicurante, Fantozzi non viene neppure punito. Ciò nonostante, la dinamica di subordinazione è esplicita: nella parte finale del dialogo, il Megadirettore sposta Fantozzi dalla sua sedia semplicemente toccandogli il braccio, il ragioniere non può fare altro che spostarsi con umiltà e, riconoscente e imbarazzato, prostrarsi dinanzi a lui.

La metacomunicazione

A questo punto risulta molto più semplice delucidare il tema della metacomunicazione. Ogni interazione basata sulle parole ha in sé, come detto, una caratteristica di informazione e una di comando: la prima trasmette il dato, la seconda le modalità interpretative dello stesso. La richiesta “Gira a destra” rivolta da un passeggero a un guidatore, ad esempio, assume significati differenti a seconda che a esprimere la richiesta sia un amico (magari colui che conosce la strada) o l’esaminatore durante un esame per conseguire la patente di guida: nel primo caso si tratta di un’indicazione che possiamo accogliere o rigettare, nel secondo di un ordine cui certamente conviene obbedire. La metacomunicazione è dunque una comunicazione di secondo livello che definisce e chiarifica la comunicazione stessa. Pensiamo ad esempio a quando facciamo uso del sarcasmo e affermiamo qualcosa per esprimere il suo esatto contrario o quando fingiamo di ridere in modo evidentemente caricaturale dopo aver ascoltato una battuta che non troviamo divertente.


La vita è bella – Roberto Benigni (1997)

No, non l’hanno fatto ‘per…’, l’hanno fatto ‘per!’. Basta una diversa intonazione della voce a zio Eliseo per fare aprire gli occhi a Guido Orefice – Roberto Benigni. Questa scena del capolavoro La vita è bella è potentissima nella sua brevità e solo apparente semplicità. Siamo nell’Italia fascista del 1939, le discriminazioni razziali ai danni degli ebrei sono già cominciate, ma il protagonista, forse ingenuo, forse solo fintamente sprovveduto, sembra non essersene ancora avveduto. Bastano poche parole al ben più savio Eliseo per scandire una verità che non ammette contraddittorio. Il contenuto del messaggio, in sé, non avrebbe alcun senso se estrapolato dal proprio contesto, privato dalla sua flessione vocale. Non esiste spettatore, tuttavia, che non abbia colto il significato della scena.

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L’equilibrio tra contenuto e relazione

Cito testualmente Pragmatica della comunicazione: “La capacità di comunicare in modo adeguato non solo è la conditio sine qua non della comunicazione efficace, ma è anche strettamente collegata con il grosso problema della consapevolezza di sé e degli altri”. Può capitare che una diatriba non giunga a conclusione armonica poiché un problema relativo alla relazione, alla metacomunicazione (che consideriamo sinonimi) venga affrontato sul piano del contenuto. Ciò accade spessissimo nella vita di tutti giorni. Frasi come “Il problema non è ciò che hai fatto, è che non me l’hai detto” oppure “Non dico che non sono d’accordo con la tua decisione, ma avremmo dovuto prenderla insieme” sono molto frequenti, nei rapporti di coppia e non solo, e rivelano una conflittualità che ha a che fare con la dinamica relazione, con la mancanza di una presa di coscienza delle esigenze dell’altro. Aiutiamoci con un esempio dal cinema:


Will Hunting – Genio Ribelle – Gus Van Sant (1997)

Perché litigano, nel concreto, Will Hunting (Matt Damon) e Skylar (Minnie Driver)? La scena di Will Hunting – Genio Ribelle non mostra uno scontro tra due diverse visioni, non esistono reali ragioni legate al contenuto che possano giustificare la lite. Il conflitto qui si accende su questioni meramente relazionali: lui è un ragazzo precario, reduce da un’infanzia tumultuosa fatta di abusi da parte del padre e violenze, abituato a lottare per restare a galla; soprattutto, è talmente ossessionato dalla paura di essere abbandonato al punto di preferire che la sua relazione con Skylar finisca. Lei è una studentessa benestante di Harvard, possiede un background che non ha nulla a che spartire con quello di Will. Il vero conflitto si annida tra le fragilità del protagonista, tra i suoi ricordi nefasti e nel suo senso di colpa atavico, che lo accompagna da sempre facendosi corazza e cristallo. Da una parte, una donna che desidera abbandonarsi al sentimento d’amore; dall’altra, un uomo che ha troppo timore di affrontare le proprie emozioni.

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’Come’ comunichi è parte di ‘cosa’ comunichi

A questo punto, dovrebbe essere sufficientemente chiaro un concetto che, a ben vedere, è piuttosto intuitivo e parte del nostro comunicare quotidiano: le modalità di ogni comunicazione sono parte del significato del messaggio. Noi comunichiamo attraverso il contenuto e lo classifichiamo attraverso la relazione, il contesto, il linguaggio non verbale. Persino il modo in cui occupiamo lo spazio interpersonale è un tratto denotativo della nostra comunicazione.


Full Metal Jacket – Stanley Kubrick (1987)

Il Sergente Maggiore Hartman (Leonard Lee Ermey), nel discorso iniziale di Full Metal Jacket, si serve di tutti i segni relazionali utili a rafforzare il proprio contenuto. Il contesto è quello del campo di addestramento dei Marines di Parris Island, nel Nord Carolina. Al suo cospetto si trova un gruppetto di nuove leve subordinate a lui per ruolo, età, esperienza e competenze. La divisa del Sergente rafforza ulteriormente la posizione di superiorità gerarchica di chi la indossa nei confronti delle reclute; il tono di voce urlato scandisce ulteriormente lo scarto. Hartman, inoltre, si serve dello spazio per ribadire la relazione in corso tra sé e i suoi allievi: loro in riga, schiena dritta, braccia lungo il tronco; lui che occupa lo spazio, sfila davanti ai coscritti e, quando la situazione lo richiede, grida le proprie regole ponendo la sua faccia a pochi centimetri da quella dei vari malcapitati: soldato Biancaneve, soldato Joker (che si becca anche un pugno nello stomaco), soldato Cowboy, soldato Palla di Lardo. Il linguaggio verbale e quello non verbale del Sergente Hartman si rafforzano a vicenda, con una coerenza e una forza espressiva tali da consegnare l’interpretazione di Ermey alla storia del cinema.

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