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Il 4° Assioma della Comunicazione attraverso i film: esistono due tipi di comunicazione, analogica e digitale

Penultimo capitolo della rubrica “Gli Assiomi della Comunicazione attraverso le scene dei film”. Il quarto Assioma della Comunicazione ci informa che ”la comunicazione avviene attraverso i canali verbali e non verbali. Il primo utilizza modalità digitali, il secondo criteri definiti analogici.” Una formulazione alternativa del 4° assioma è: “ogni comunicazione segue il registro analogico e digitale”. Volendo esagerare, ci possiamo infilare anche una terza modalità di enunciazione: “la comunicazione è composta da elementi di natura digitale ed elementi di natura analogica: i primi sono relativi all’aspetto di contenuto e i secondi a quello di relazione.” Probabilmente, neppure tre diverse definizioni sono bastate per chiarire un concetto che, in realtà, può essere esposto in modo molto più lineare e accessibile, intuitivo persino: ogni interazione si basa sulla comunicazione verbale – ovvero digitale o numerica – e sulla comunicazione non verbale – ovvero analogica. Ok, adesso entriamo nello specifico.

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Comunicazione numerica e analogica

Come spiegano Watzlawick, Beavin e Jackson in Pragmatica della comunicazione umana, l’essere umano dispone di due modi per fare riferimento a un oggetto: può rappresentarlo (attraverso un’immagine, un disegno, un gesto) oppure può dargli un nome. Partiamo da qui. Mentre siamo seduti in salotto a guardare la tv, per esempio, possiamo chiedere al nostro vicino di posto: “Mi passi il telecomando?” oppure possiamo semplicemente indicare lo strumento con il dito. In entrambi i casi, il destinatario del nostro messaggio prenderà il telecomando e ce lo passerà. Nel primo caso, evidentemente, la codifica e la corretta decodifica del messaggio sono possibili perché i soggetti coinvolti nello scambio condividono le stesse convenzioni linguistiche: sia per noi che esprimiamo una richiesta, sia per chi la ascolta, i significanti T-E-L-E-C-O-M-A-N-DO designano, appunto, il dispositivo utilizzato per cambiare canale. La stessa comunicazione non sarebbe possibile, però, se il nostro interlocutore fosse straniero o, in generale, se non parlasse la nostra lingua. In questo senso, la comunicazione verbale può quindi essere definita digitale o numerica.


L’allenatore nel Pallone – Sergio Martino (1984)

Certo, la comunicazione verbale è certamente meno equivocabile rispetto a quella non verbale, è più rapida, più immediata. Allo stesso tempo però, si tratta anche di un tipo di comunicazione, in un certo senso, artificiale, dipendente da precondizioni che, se non presenti, rendono impossibile l’interscambio. Nel film L’allenatore nel pallone, Oronzo Canà (Lino Banfi) si interfaccia con Giginho (Gigi Sammarchi), fantomatico mediatore calcistico brasiliano. Dal loro incontro scaturisce uno scambio di battute ormai divenuto celeberrimo per tutti gli amanti di quel tipo di cinema (me compreso), un classico sketch basato sull’equivoco: Giginho sostiene che il grande calciatore brasiliano Junior sia suo fratello “de leite”. Oronzo Canà, che non conosce il portoghese, associa la parola leite, anche per via della pronuncia bislacca del suo referente, alla città di Lecce. E pochi secondi dopo si ripete lo stesso copione, basato stavolta sull’ambiguità della parola prima, che in portoghese significa cugina. Ecco che la comunicazione verbale, quando non ci sono le condizioni di base per essere utilizzata, diventa inefficace. Come comprendersi in questi casi? Grazie ai gesti, alla mimica… alla comunicazione analogica, la quale non richiede alcuna conoscenza condivisa, è innata.

La comunicazione digitale: una convenzione

Citando ancora alla lettera Pragmatica della comunicazione umana: “Non c’è nulla di specificamente simile a cinque nel numero cinque; non c’è nulla di specificamente simile a un tavolo nella parola ‘tavolo’.” Le lingue, tutte le lingue, sono delle convenzioni socialmente accettate da una data popolazione linguistica e, se non consideriamo le parole onomatopeiche, senza tali convenzioni non esisterebbe nessuna correlazione tra una parola e la cosa che essa designa. Ovviamente, la comunicazione numerica è una conquista fondamentale per l’umanità, senza la quale, probabilmente, non esisterebbe neppure l’idea stessa di civiltà.


Tre Uomini e una gamba – Aldo, Giovanni e Giacomo, Massimo Venier (1997)

Da un capolavoro del cinema italiano all’altro, da L’allenatore nel pallone a Tre uomini e una gamba. E no, non sono assolutamente ironico. La comunicazione verbale, come ogni altra forma di comunicazione, ha i suoi limiti. Perché non basta che i due soggetti coinvolti in uno scambio verbale siano in possesso delle stesse convenzioni linguistiche (ovvero che parlino la stessa lingua); perché si realizzi comprensione, infatti, è necessario che le terminologie utilizzate da ognuno dei due comunicanti siano comprensibili anche dall’altro. Non vi è mai capitato di parlare con un tecnico, sia esso un medico, un ingegnere o qualunque professionista di un campo che non sia il vostro, e di non comprendere nulla? Così Aldo si lascia aiutare da Giovanni per riuscire a scendere dalla rupe, ma quest’ultimo adotta un vocabolario alquanto fantasioso e usa riferimenti e analogie che non fanno parte delle conoscenze in possesso del primo. Alla fine, Aldo riesce a scendere, ma solo perché fa leva sulle proprie forze, altrimenti starebbe ancora cercando la rientranza a forma di vertebra di moffetta.

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La comunicazione analogica: il vocabolario dell’umanità

Rudimentale, istintiva, elementare. Universale. Al contrario della comunicazione digitale, quella analogica non presuppone la condivisione di conoscenze comuni e presenta una correlazione diretta e intuitiva con l’oggetto del proprio comunicare. La comunicazione non verbale abbatte le barriere idiomatiche e permette a due soggetti di scambiarsi informazioni, seppur negli evidenti limiti imposti da tale tipo di interscambio. Non dobbiamo però fermarci a pensare che la comunicazione non verbale sia solo ciò che ha a che fare con la gestualità; riprendendo ancora alla lettera le parole di Watzlawick, Beavin e Jackson, essa comprende: “le posizioni del corpo, i gesti, l’espressione del viso, le inflessioni della voce, la sequenza, il ritmo e la cadenza delle stesse parole, e ogni altra espressione non verbale di cui l’organismo sia capace, come pure i segni di comunicazione immancabilmente presenti in ogni contesto in cui ha luogo una interazione”.


Il nome della rosa – Jean-Jacques Annaud (1986)

Il finale de Il nome della rosa ci regala una perla  di comunicazione non verbale, ma ugualmente (o meglio ancor più) efficace di quella che fa uso delle parole: il giovane Adso (Christian Slater) sta abbandonando l’abbazia benedettina insieme al suo mentore Guglielmo da Baskerville (Sean Connery) e, lungo il cammino, incontra la ragazza occitana di cui non conosce neppure il nome, ma di cui si è profondamente invaghito e con la quale ha consumato l’unico rapporto della sua vita. I due si incontrano, comunicano dapprima con lo sguardo, poi con i gesti: la ragazza afferra la mano del giovane e la porta al suo viso, gli chiede di restare, anche se senza aprire bocca. E attraverso una diversa modalità non verbale, lo spazio e il modo di occuparlo, Adso le dice di no, allontanandosi con il suo cavallo. Prima di uscire dal campo visivo della fanciulla, il giovane si volta e la guarda intensamente per un’ultima volta, il suo modo per dirle addio e di farle sapere che non sarà dimenticata. Non una sola parola.

Coerenza fra comunicazione analogica e digitale

Come reagireste se il vostro partner vi dicesse: “Ti amo” con tono di voce rabbioso, digrignando i denti e spalancando gli occhi? Probabilmente, rimarreste totalmente spiazzati. Ciò è perfettamente normale e facilmente spiegabile: tra comunicazione verbale e comunicazione non verbale vi deve essere perfetta aderenza. La comunicazione analogica e quella digitale sono i due canali attraverso cui avviene la comunicazione, non sono alternativi, bensì complementari. E se ciò non si realizza, se la comunicazione numerica e quella analogica si contraddicono, l’atto comunicativo genera confusione, diventa ininterpretabile. Ciò è tipico, ad esempio, di chi dice una bugia, ma non si dimostra in grado di adeguare il contenuto delle proprie parole all’atteggiamento del corpo, della voce, delle espressioni facciali. Anche la non aderenza tra i due canali, però, è parte del contenuto: ciò è vero in particolare quando vogliamo esprimere un contenuto ironico o sarcastico. Ad esempio, se pronunciamo una frase come: “Che divertimento”, con un tono seccato, appare chiaro che il nostro intento sia quello di sottolineare sardonicamente che una determinata situazione non è di nostro gradimento.


Joker – Todd Phillips (2019)

Scena tratta dal film Joker, uno dei fenomeni cinematografici del 2019: Arthur Fleck, colui che diventerà il Joker (Joaquin Phoenix), scherza con un ragazzino sul bus, ma la madre di quest’ultimo rimprovera l’uomo, accusandolo di infastidire il bambino. Arthur, oltre a soffrire di una profonda depressione, è affetto da una sindrome pseudobulbare che gli impedisce di controllare adeguatamente i muscoli facciali. Infatti, davanti all’ingiusto ammonimento della madre, Fleck si abbandona in una inquietante risata isterica, che non trova alcuna giustificazione contestuale. Egli è perfettamente consapevole di quanto il suo comportamento, involontario e incontrollabile, sia destabilizzante per chi si trova ad averci a che fare e infatti si è dotato di un bigliettino cartaceo che presenta alla donna e nel quale viene spiegato il motivo del suo comportamento. Qui la comunicazione verbale è allo stesso tempo anche metacomunicazione, che serve a restituire un senso a un atto comunicativo non verbale che ne è privo, perché incoerente con il contesto.

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Contenuto e relazione, digitale e analogico

Nel secondo articolo di questa rubrica ho parlato del secondo assioma della comunicazione e di come, in ogni atto comunicativo, vi sia un aspetto di contenuto e uno di relazione. Come chiariscono Watzlawick, Beavin e Jackson, l’aspetto di relazione è pressoché totale appannaggio della comunicazione non verbale. Citando la loro opera un’ultima volta: “Se si ricorda che ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione, è lecito aspettarsi che i due moduli di comunicazione non soltanto coesistano ma siano reciprocamente complementari in ogni messaggio. È pure lecito dedurre che l’aspetto di contenuto ha più probabilità di essere trasmesso con un modulo numerico, mentre in natura il modulo analogico avrà una netta predominanza nella trasmissione dell’aspetto di relazione”.


La ricerca della felicità – Gabriele Muccino (2006)

Chris, che cosa direbbe lei, se uno si presentasse a un colloquio senza nemmeno una camicia e io lo assumessi? Che cosa direbbe lei?
Che magari indossava un gran bel paio di pantaloni.

Uno scambio di battute entrato nella storia del cinema, quello tra Chris Gardner (Will Smith) e Martin Frohm (James Karen). Attraverso una risposta pronta, salace e spiritosa, Chris riesce a dimostrare la propria brillantezza mentale. Mediante le sue parole, ma anche un atteggiamento deciso, il protagonista esprime tutte le sue qualità, la sua determinazione, la sua intelligenza, la sua audacia. Le parole dicono di più di ciò che dicono, la comunicazione non verbale lascia intendere più di ciò che si pensa. Lo scambio di battute avviene mentre il protagonista è ricoperto di vernice, indossa una maglietta slabbrata e una giacca sporca, ha una macchia bianca sulla sua chioma in disordine e altre stampate sul viso e sul collo. E sta sostenendo un colloquio di lavoro con l’obiettivo di strappare l’unico posto disponibile (per venti candidati) come broker, per una delle società più prestigiose del settore: preso.

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