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Gestire la comunicazione disfunzionale: come non farsi la guerra (e stare tutti meglio)

Il fallimento di una relazione è quasi sempre un fallimento di comunicazione” scrisse il grande sociologo polacco Zygmunt Bauman, scomparso nel gennaio del 2017. Credo che quando parliamo di ‘relazione’ non si debba necessariamente immaginare una relazione di tipo sentimentale, come facilmente saremmo indotti a pensare. Tutti noi viviamo relazioni – e fallimenti di relazioni – quotidianamente, o quasi; discutiamo con qualcuno e poi, congedandoci, magari infastiditi, non possiamo a fare a meno di riflettere su quanto poco il nostro interlocutore abbia capito di ciò che stavamo provando a esprimere. Raramente, o forse mai, però, consideriamo l’ipotesi che anche noi abbiamo registrato lo stesso tipo di fallimento. Spesso, se non sempre, tendiamo a scordare che non esiste un’interpretazione univoca delle cose, ci sfugge l’idea che la veridicità di una nostra asserzione non rende sbagliata qualunque altra considerazione divergente dalla nostra. E invece sta proprio in ciò l’elemento centrale di ogni relazione: la capacità di riconoscere il punto di vista altrui, di cogliere la sua validità a prescindere dal nostro modo di vedere le cose. Lì, nella presunzione di ragione a ogni costo, si consuma la comunicazione disfunzionale.

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Comunicazione disfunzionale: perché parlarne

Mi sono chiesto a lungo se fosse il caso di affrontare un tema tanto complesso e controverso come quello della comunicazione disfunzionale. Mi sono chiesto, in primis, se ne fossi realmente capace e, in seconda battuta, se fosse appropriato farlo all’interno di un blog che, in realtà, dovrebbe parlare di tutt’altro. Alla fine mi sono risposto: ma sì, vediamo cosa ne esce fuori. Non sarò un sociologo, o uno psicologo, ma, nonostante la professione che svolgo, ho accumulato negli anni una sfilza di errori comunicativi – io, come chiunque altro – che mi rendono, ad honorem, un buon esperto della questione. Chiunque di noi, attingendo dalle proprie esperienze a mente lucida e depurando se stesso da quel velo di arroganza che ci attanaglia quando bramiamo avere ragione, può imparare molto, riconoscere gli errori più comuni e, con un surplus di sforzo mentale, magari, trarne anche qualche regola generale.

”Perché ti ostini a non capire?”

Vi è mai capitato di usare questa frase in una discussione? A molti di voi sicuramente sì. E si tratta di una domanda che, molto spesso, rivela da parte di chi la pronuncia una totale incapacità di assorbire il pensiero dell’altro. Spesso siamo talmente convinti del nostro punto di vista da non riuscire a considerare altre possibili interpretazioni date a una specifica situazione. Il problema, qui, è più profondo di quanto appaia superficialmente. Non di rado, infatti, il nostro interlocutore ha compreso benissimo il nostro punto di vista, ma non lo condivide e cerca di mostrarci una possibile visione alternativa. Che quest’ultimo abbia ragione o meno (o che l’abbiamo entrambi) è persino secondario: ciò che conta qui, piuttosto, è dimostrare capacità di ascolto, far sentire il proprio interlocutore compreso. Insomma, si tratta di scendere dal proprio piedistallo e accettare l’idea che esistano diversi modi di dare senso alle cose.

”Fidati, è come dico io”

Può essere che in una specifica dinamica, la vostra esperienza sia maggiore rispetto a quella della persona con cui vi state misurando. In funzione di tale esperienza, succede che ci si possa sentire in dovere di imporre una scelta, senza neppure porsi il problema di fornire una spiegazione. Uno scambio verbale che si struttura su una base siffatta è malsano, poiché colloca chi impone la scelta in una posizione di pretestuosa superiorità e chi la subisce in uno stato di soggezione, in cui il dialogo viene negato, il confronto represso, la possibilità reciproca di crescere annullata. Se siete davvero convinti che la vostra valutazione sia quella più puntuale, abbiate la pazienza di spiegare il perché. Siete in possesso di informazioni di cui l’interlocutore è manchevole? Condividetele. Avete già vissuto un’esperienza simile a quella che vi accingete ad affrontare e avete imparato la lezione della vita? Raccontate quanto vi è accaduto.

”Avresti dovuto saperlo”

Non è raro, soprattutto nelle relazioni di coppia, che un’esigenza non venga esplicitamente espressa. Di solito, alla base di tale comportamento vi è il desiderio che il proprio partner dimostri la capacità di riconoscere le nostre necessità senza che vengano palesate. Ciò avviene anche per una forma di verifica, perché chiunque di noi vorrebbe che la persona che ha scelto di avere al proprio fianco sia sempre sintonizzata con noi. Test di questo tipo, però, sono molto pericolosi e rischiano di alimentare paure che non corrispondono alla realtà delle cose. Facilmente, la mancanza di attenzione viene associata a un sentimento che va perdendosi, a uno scarso coinvolgimento nel rapporto. E da lì può alimentarsi una spirale di negatività che può persino diventare incontrollabile. Certo, capirsi al volo è meraviglioso, ma una piena aderenza al pensiero dell’altro è pressoché impossibile. Meglio parlarsi, anche perché l’intesa, al di là della chimica, di una forma mentis comune, dei valori condivisi, è un tesoro che va costruito nel tempo.

”Non voglio più sentirtelo dire!”

Qualunque cosa possa dire il vostro interlocutore, per quanto possa farvi male, è bene che, se fa parte del suo modo di pensare, venga espressa. Trasformare un argomento in un tabù è profondamente nocivo e può dare vita a tensioni, timori, spingere a mentire o a celare questioni che, viceversa, se trovassero un fertile terreno di discussione, potrebbero essere affrontate e metabolizzate. Semmai, è meglio discutere sul perché un determinato tema vi faccia stare male, che significato attribuite ad esso, come potete affrontarlo in modo che smetta di dimostrarsi uno scoglio insormontabile.

”Tu hai qualche problema”

Davanti all’incapacità di dare un senso al disappunto dell’altro, può capitare di giungere a conclusione che sia il proprio interlocutore a sbagliare o, persino, che egli sia in possesso di fragilità che riversa su di noi. Abbracciare una simile visione delle cose è molto pericoloso, poiché ci induce a smettere di cercare spiegazioni, di metterci in gioco, scaricando addosso al proprio referente ogni responsabilità e negando le proprie. Ovviamente, ognuno di noi ha una propria sensibilità e un proprio vissuto e, certamente, accade che ciò che irrita un individuo può non dare alcun fastidio ad un altro. Ciò non toglie, però, che un disagio che nasce all’interno di una dinamica relazionale va risolto dentro di essa, tenendo in considerazione l’indole dei soggetti coinvolti, ma senza mai porre la questione al di fuori della relazione comunicativa che l’ha posta in essere.

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”Quindi sarebbe colpa mia?’”

Quasi mai, in un alterco, la colpa sta tutta da una parte. Banalmente, il modo più efficace di affrontare una lite sta nell’ascolto dell’altro, senza scadere nell’atto di accusare l’altro di voler tirare l’acqua al proprio mulino. Ci sono due punti di vista che si misurano, prima ancora di chi li espone. Sentirsi attaccati dalle opinioni della controparte, alterarsi, reagire rabbiosamente o, peggio ancora, porre fine al dialogo non permette di accogliere l’altro, elemento necessario nella ricerca di un compromesso e, ancor più, della comprensione reciproca. Avere ragione e ottenere le scuse dell’interlocutore, quando si discute in modo costruttivo, non dovrebbero essere degli obiettivi da perseguire. Il vero obiettivo, come detto, è la reciproca comprensione, priva di giudizi e di rancori, ed è un traguardo che si può raggiungere solo andando nella stessa direzione. In una relazione, sia essa amorosa, di amicizia, lavorativa, si vince e si perde in due.

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