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La comunicazione rabbiosa: si chiude la vena, si apre la bocca

La rabbia è un’emozione innata, primordiale, che svolge il compito di aiutarci a innescare meccanismi di difesa. In quanto tale, possiamo ritenerla un’emozione funzionale, presente fin dalla nascita, istintiva. La rabbia, da adattativa, con il tempo e con la crescita, muta, diventando disadattativa, poiché negli individui adulti e già ambientati in un dato sistema, può essere attivata da una negazione, dalla privazione di un oggetto utile al benessere, da una costrizione. Come la coda di un serpente, le manifestazioni rabbiose passano da picchi alti, quali la collera, l’ira, la furia, a picchi bassi, quali la suscettibilità, l’irritazione, il fastidio. In entrambi i casi, la sensazione di rabbia causa una inevitabile perdita di lucidità e, se non gestita adeguatamente, può facilmente prendere il sopravvento e spingerci ad agire in modo eccessivo, persino irrazionale, alterando la realtà e perdendo la misura dei fatti (ad esempio caricando di valore elementi di poco conto o, viceversa, sminuendo quelli importanti).

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La comunicazione rabbiosa: quel momento in cui parte la brocca

La rabbia, come detto, è un’emozione naturale, innata e inevitabile. Provare rabbia non può essere considerato una colpa; semmai, diventiamo colpevoli quando lasciamo che essa prenda il controllo di noi: non solo delle nostre azioni e delle nostre parole, dunque, ma del nostro pensiero. Un soggetto pervaso da collera, infatti, non è in grado di conservare una visione obiettiva di una dinamica relazionale, tende a desiderare che le proprie ragioni vengano riconosciute, privando però la controparte del medesimo approccio.

Urla, offese… ma non è solo questo

Lì, nella perdita di una direzione, sta il vero problema di una comunicazione smossa da sentimenti di ira, la quale si accompagna spesso al desiderio di vendetta, alla brama di restituire al proprio interlocutore parte del proprio disagio. Prima ancora di fare riferimento ad atteggiamenti tipici del soggetto iracondo – urla, offese, sarcasmo, denigrazione, vittimismo – va sottolineato come una comunicazione alimentata da slancio rabbioso sia del tutto inefficace dal punto di vista relazionale e malefica sotto il profilo emotivo, danneggia la reputazione di chi si lascia pervadere e ferisce chi ne rimane colpito. La comunicazione rabbiosa è deleteria poiché non assolve a nessun compito che qualunque tipo di interscambio verbale, per sua stessa connotazione, dovrebbe porsi come obiettivo, se non quello di mondare la propria bile. Ognuno di noi discute per ottenere chiarimenti, per condividere i propri sentimenti e per comprendere quelli dell’altro, per esprimere il proprio punto di vista e per accogliere quello dell’interlocutore. La comunicazione rabbiosa non ottiene nulla di tutto ciò poiché non si pone nessuno di quegli obiettivi.

Raccogliere i cocci di uno sfogo rabbioso

Terminato il confronto violento, la rabbia si placa, lasciando sul terreno di battaglia tutte le tossine del conflitto. Il soggetto che, in seguito all’attacco di ira, ha ora abbassato il proprio livello energetico, perde motivazioni a colpire l’altro: ciò che resta è il senso di colpa per le proprie azioni o quello di frustrazione per non essere stato compreso. O entrambi. Qualunque sia stato il motivo della lite, il conflitto non potrà che uscirne ancora più inasprito: i problemi originali non saranno stati in alcun modo risolti, ma altri si saranno aggiunti, le energie assottigliate, possono risultare compromesse le motivazioni a raggiungere un chiarimento. Il soggetto che ha espresso in modo tumultuoso i propri sentimenti si trova così a dover fare i conti con l’inadeguatezza e sarà meno disposto a far valere le proprie ragioni. La parte aggredita, invece, spesso deve fronteggiare emozioni quali delusione, disgusto, disprezzo, rabbia (tanto per cambiare).

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La rabbia non si può evitare, ma va gestita

Banale, me ne rendo conto, ma solo in teoria. Il punto non è tanto essere consapevoli in linea teorica che la rabbia vada gestita. La vera difficoltà sta nel riuscire ad attuare una presa di consapevolezza nel momento stesso in cui proviamo il sentimento rabbioso. Perdere lucidità, infatti, significa che la propria sensibilità viene alterata, i processi mentali condizionati. Non di rado, infatti, sono i nostri stessi meccanismi di pensiero ad alimentare l’emozione rabbiosa, cercando conferme a nostre sensazioni, realizzando collegamenti tra episodi del passato per consolidare il nostro punto di vista, fino a convincerci di essere la parte lesa, l’unica. La rabbia, infatti, aziona spesso una dinamica di auto-giustificazione per la propria presenza, riesce a legittimare se stessa potenziando le colpe della persona ritenuta responsabile e indebolendo le proprie. Sovente, l’esplosione di ira viene incentivata da riflessioni che hanno a che fare con l’orgoglio, la frustrazione, il desiderio di interrompere un’emozione negativa o un pensiero ricorrente. Ricerca di sollievo e desiderio di vendetta risultano così gli elementi motivazionali che convincono ad agire, a sprigionare il proprio disagio, ma senza che l’azione scelta si ponga finalità costruttive e di miglioramento del contesto di partenza. È una motivazione che si consuma nel brevissimo periodo, senza alcuna prospettiva a lungo termine e che non lascia nulla in dote, se non altre emozioni negative.

Se una cosa è innata, è innata…

La rabbia è una delle tre emozioni originarie presenti già nel neonato, insieme alla gioia e al dolore. Essa è gestita dall’amigdala, un agglomerato di tessuti nervosi situato nella sezione più interna dei due lobi temporali del cervello e responsabile anche della regolazione dei sistemi legati alla paura. Durante una crisi di rabbia, l’amigdala prende il controllo, vengono interrotte le connessioni con la neocorteccia, diventiamo furenti. L’amigdala, inoltre, svolge anche una funzione cruciale nella creazione e nella memorizzazione dei ricordi e favorisce la rimembranza di quelli che ci causano dolore. E sempre l’amigdala è responsabile del cosiddetto condizionamento della paura, cioè quel processo che ci consente di imparare ad avere paura partendo dall’acquisizione e dalla elaborazione delle esperienze del passato. Detta così, sembra che siamo giustificati a dare di matto, di quando in quando. Chiaramente, non è quello che voglio dire.

”Non sono mica un santo”…

Razionalizzando i nostri comportamenti, appare evidente come sia totalmente disfunzionale affrontare un confronto lasciandoci guidare dall’ira. D’altra parte, è proprio quando la rabbia straripa che risulta incredibilmente complicato mantenere il controllo sulle nostre scelte. A poco servirebbe, quindi, consigliare di tenere a mente quanto sia socialmente invalidante fare ricorso all’impulsività per far fronte a relazioni deludenti. La gestione della rabbia non può però prescindere da una assunzione di responsabilità relativa al proprio stato emotivo e dalla conseguente capacità di inibire gli istinti più immediati. Placare la rabbia richiede prima di tutto volontà: non basta, infatti, che un soggetto sia in grado di rendersi conto del proprio stato emotivo, serve anche il lucido desiderio di non assecondarlo, di comprendere per tempo quanto abbandonarsi al bisogno di sfogarsi sia sconveniente sotto ogni punto di vista, visualizzare le possibili conseguenze.

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Gestire la rabbia

Va detto che la rabbia coinvolge il fegato, la milza, lo stomaco, il pancreas, i reni, il sistema endocrino, la vescica e il colon: non stiamo parlando (ovviamente) di una condizione puramente mentale, bensì di un sentimento fortemente condizionante anche dal punto di vista fisico. Va anche detto che, al contrario del dolore e della gioia, la rabbia è un’emozione che, in una dimensione socialmente evoluta come la nostra, siamo educati ad amministrare fin da infanti, consci dei rischi insiti nel cedere ad essa. Come si fa, dunque, a gestire la rabbia? Tutto inizia, ripeto, da una presa d’atto sulla propria condizione psicologica, emotiva e comportamentale. Evolutivamente, la rabbia si attiva per permettere al corpo di richiamare tutte le proprie energie fisiche in modo da sprigionarle a propria difesa. La risposta sta dunque nel realizzare l’assenza di una vera minaccia e nella considerazione che sia possibile arginare il proprio malessere adottando approcci differenti a quello esplosivo. La motivazione ad operare nel modo più sano deve essere tratta recependo concretamente i vantaggi che derivano da un condotta costruttiva e i danneggiamenti insiti nell’agire in modo rabbioso. Dobbiamo essere capaci di ricordare gli episodi del passato, di memorizzare le volte in cui abbiamo agito con collera, rievocarne le conseguenze, rispolvere le sensazioni che abbiamo provato ogni volta che siamo stati costretti (da chi?) a riattaccare i brandelli di una lite furente; dobbiamo saper preservare la proiezione futura di noi stessi, quella che dovrà ripercorrere i nostri sbagli per sistemare tutto. La prossima volta.

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