Viviamo in un mondo difficile. Un mondo in cui l’informazione avrebbe dovuto raggiungere l’apice del proprio processo di democratizzazione, con l’aiuto del web, dei social, del libero accesso alla rete. Un mondo che avrebbe dovuto raccogliere il frutto di anni, decenni di lotte per i diritti, il pluralismo e l’inclusione… Ma che, invece, sembra aver preso tutt’altra strada, una strada fatta di polarizzazioni, dove l’ideologia, nella sua accezione più dogmaticamente negativa, ha ripreso il sopravvento e sembra avere tutte le intenzioni di mantenere la posizione acquisita.
Un mondo in cui il lessico, contrariamente alla razionalità, alla moderazione, al dialogo, vive una vera e propria età dell’oro. Perché le parole hanno sempre un ruolo cruciale nel definire, nel rappresentare, nell’armare le varie correnti di pensiero, ma, mai come oggi, assistiamo a un fiorire fecondissimo di parole sempre nuove, sempre più cariche di emotività, sempre più potenti.
Partendo da questo assunto, ho dunque deciso di raccogliere e catalogare le parole più usate nel 2025. Non solo: quella che troverete nell’articolo non è un’asettica classifica dei termini che vanno per la maggiore. Ho scelto, tra tutte le parole in trend, quelle capaci di distinguersi per una forte valenza ideologica e simbolica. Di conseguenza, le parole più controverse, divisive, ideologizzanti e, talvolta, dicotomiche del momento. Cominciamo.
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1. Minsinformazione
Scaldiamoci con una parola non così incisiva nel polarizzare il dibattito pubblico. Un lemma che può essere utilizzato trasversalmente da ogni schieramento, a prescindere da quali siano le frange contrapposte e il campo di contesa. Un termine spesso impiegato in maniera impropria come sinonimo di “disinformazione”.
Che significa misinformazione? Misinformazione – calco dall’inglese misinformation – significa letteralmente “informazione sbagliata” (mis è un prefisso di derivazione anglosassone che vuol dire “male” o “errore”). A differenza della disinformazione, che consiste nella diffusione intenzionale di notizie false o imprecise, questa parola fa riferimento alla pratica di divulgare informazioni ingannevoli in modo inconsapevole.
2. Deepfake
Restiamo nell’ambito delle bufale del web, con un termine che sta acquisendo sempre più rilevanza in proporzione al fenomeno che da esso si genera, grazie al fondamentale contributo dell’Intelligenza Artificiale.
Deepfake è la crasi delle parole deep learning, cioè il ramo della IA che istruisce i computer a elaborare dati attraverso le stesse modalità di funzionamento del cervello umano, e fake, ovvero falso.
Si riferisce allo sviluppo di materiale multimediale – in particolare video, ma anche immagini e file audio – in cui i connotati fisici, i gesti e/o la voce di una persona vengono modificati ad arte per creare contenuti finti, ma che possono essere scambiati per veri.
Pensiamo, ad esempio, all’enorme quantità di video pubblicati online in cui personaggi pubblici diventano protagonisti di dichiarazioni shock o, semplicemente divertenti, con intenti che variano da quello innocentemente umoristico a veri e propri atti di manipolazione dell’informazione.
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3. Fact-checking
Ultima parola tratta dall’universo del web e della lotta alle fake news (altra espressione che meriterebbe di essere annoverata in questa lista).
Fact-checking significa semplicemente “verifica dei fatti” e intende l’attività giornalistica di verificare l’autenticità di un’informazione (check) analizzando l’attendibilità delle fonti, dei fatti e/o dei dati riportati in essa.
Insomma, non un concetto divisivo, vero? Perché mai la ricerca della verità dovrebbe creare fratture sociali? Beh, perché anche la ricerca della verità può essere strumentalizzata: laddove questo tipo di ricerca venga effettuato con più o meno zelo a seconda di finalità personalistiche o ideologiche o laddove tale check venga percepito e raccontato in questo modo. Come sempre, la verità è una chimera, il relativismo domina, nel bene e, soprattutto, nel male.
4. Globalismo / Sovranismo
Negli anni 2000, il termine antitetico a Globalismo era anti-globalizzazione: un’espressione con una forte matrice identitaria e un’altra che vi si opponeva in modo lineare, immediato.
Ma i tempi sono cambiati e, sebbene la parola Globalismo abbia mantenuto una fortissima connotazione ideologica, sono mutati fortemente il contesto, la sua accezione, i suoi templari e i suoi detrattori. Paradossalmente, lo stesso termine che, oltre vent’anni fa, veniva brandito da forze collocabili più marcatamente a destra, in nome di una visione capitalista e liberista del mondo, oggi diventa vessillo di una sensibilità progressista di stampo liberale. Entriamo nel merito.
Globalismo: la visione propria di chi concepisce un mondo integrato in cui i singoli Stati sono connessi sotto il profilo economico, culturale, sociale, tecnologico e politico. Un mondo fatto di collaborazione fra i Paesi, di abbattimento delle frontiere commerciali, di libera mobilità e di sovrastrutture governative.
E qual è il concetto che meglio si contrappone a suddetta visione? Chiaramente…
Sovranismo: la dottrina di chi ritiene che i singoli Stati debbano riappropriarsi della sovranità nazionale, svincolandosi da condizionamenti e influenze esterne in materia economica, politica, sociale. Questa visione rivendica il diritto e il dovere di ogni Paese di proteggere la propria identità di popolo, sostenendo un approccio votato al conservatorismo culturale.
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5. Neocolonialismo / anticolonialismo
Il concetto di neocolonialismo si fa strada a partire dal Secondo Dopoguerra, in riferimento alle nuove modalità di esercizio dell’influenza messo in atto dalle ex potenze coloniali nei confronti di Paesi formalmente sovrani.
Nel concreto, il neocolonialismo pone l’attenzione sull’appropriazione delle risorse, sulle imposizioni politico-economiche e sull’influenza culturale (esercitata anche attraverso l’idioma) che i Paesi più potenti sono in grado di imporre su Stati che, benché indipendenti, sono economicamente, politicamente e militarmente impossibilitati ad affrancarsi da tale assoggettamento.
Ogni riferimento, esplicito o implicito, al sionismo è puramente casuale. Serve spiegare anche l’anticolonialismo?
6. Settler
Settler, dall’inglese, colono. Cos’ha di tanto divisivo questa parola? Per comprenderlo, dobbiamo fare riferimento al contesto della Cisgiordania e a quello di Gaza: questo termine, infatti, è utilizzato in riferimento ai coloni israeliani che, a partire dal 1967, occuparono le zone appena citate. È opinione diffusa, anche da parte delle Nazioni Unite, che tali insediamenti siano illegali ed elemento nevralgico nell’impossibilità di pervenire a una risoluzione del conflitto israelo-palestinese.
La presenza dei settler, in effetti, rappresenta un ostacolo alla possibilità di definire confini rispettosi dell’(ipotetico) Stato di Palestina; inoltre, tali insediamenti privano i palestinesi di risorse fondamentali, quelle idriche in particolar modo; la presenza dei coloni in tali aree, sostenuti da forze militari israeliane, alimenta da sempre tensioni con la popolazione palestinese, rendendo inoltre impraticabile un eventuale ritiro israeliano da quei territori, formalmente di proprietà palestinese.
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7. Gender
Quasi a volermi fare del male, ecco che ritiro fuori (vedi l’articolo dedicato all’identità di genere) la parola probabilmente più divisiva del momento.
Gender, o semplicemente Genere in italiano, sono il maschile e il femminile. O più precisamente, l’enorme e complesso insieme di costrutti sociali e culturali che concorrono a definire il ruolo e il comportamento degli individui in funzione della propria identità. Semanticamente, concettualmente e sostanzialmente, le parole ‘genere’ e ‘sesso’ esprimono significati differenti.
Le dicotomie, le fratture, la scomparsa del ragionamento complesso
Lo so, quelle in elenco non sono esattamente “le 7 parole più usate e controverse”… Alcune di esse non sono nemmeno poi così conflittuali. Penso, però, che attorno a questi sette termini si racchiuda con un’approssimazione accettabile lo spirito del nostro tempo, gli scontri, le diatribe, le separazioni che lo animano e lo mortificano.
Ho cercato di definire ognuno di questi lemmi nel modo più neutrale possibile (concedendomi qualche blanda divagazione personale), consapevole che ciò non basterà a disarcionare le forche di quanti amano sbraitare prima di riflettere, denigrare prima di razionalizzare.
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La verità è che non sono le parole a essere divisive, è la sensibilità del pubblico a tendere sempre più violentemente verso la polarizzazione, la banalizzazione, la riduzione della realtà in schieramenti asettici. Le parole si limitano a rappresentare lo stato dell’arte.
E quando restano solo il bianco e il nero, il bene e il male assoluti; quando le sfumature – che sono lo scrigno entro cui si racchiude la possibilità di una comprensione profonda – si perdono, non resta altro che il tifo da stadio. Restano le dicotomie, le fratture sociali, l’ideologia aprioristica. Resta tutto ciò che concorre sempre più brutalmente a rendere il mondo un posto peggiore. Ogni giorno di più.
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