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Siamo davvero liberi pensatori? Tutto ciò che condiziona le nostre idee

Fino a che punto siamo davvero ‘proprietari’ dei nostri pensieri e delle nostre opinioni? Se proviamo a soffermarci su questa apparentemente banale domanda scopriamo molto facilmente che le implicazioni sul tema sono straordinariamente articolate e la risposta pressoché inaccessibile. Se decidessimo di partire dal principio, dovremmo forse risalire ai primordi dell’evoluzione umana, alla ricerca di un momento in cui non esisteva alcun costrutto logico, sociale, politico, etico capace di influenza il nostro modo di sviluppare un parere. Ovviamente, non è quello che proverò a fare, il tema sarebbe troppo, troppo complesso da gestire e, francamente, non ne possiedo i mezzi necessari. La riflessione, però, è utile per arrivare a una prima, fondamentale verità: il nostro modo di pensare non è qualcosa di congenito, non è impresso nel nostro DNA, ma è diretta conseguenza delle nostre esperienze, dei contesti che hanno fisicamente accolto la nostra crescita e maturazione. Fino a qui, niente di nuovo, giusto?

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Il libero pensatore

Rendiamoci conto che il discorso è molto, molto, molto complesso. Innanzitutto bisogna capire da che punto di vista si voglia studiare la cosa. Per cominciare: che significa libero pensatore? Sarebbe bello evitare avverbioni come “ontologicamente” o “gnoseologicamente”, ma è chiaro che la questione non può che avere ricadute in termini filosofici, sociologici, antropologici, psicologici e altri “-logici” del genere. Quindi il punto è quello di semplificare, provarci per lo meno.

Che cos’è il libero pensatore, dicevamo. Secondo l’accezione etimologicamente (scusate, mi è scappato) originaria, che possiamo far risalire al periodo illuminista, il libero pensatore è colui che è in grado di sviluppare la propria opinione in maniera critica, razionale, senza alcun condizionamento imposto.

Chi impone i condizionamenti?

Forse abbiamo individuato un buon punto di partenza: siamo liberi di pensare se e quando riusciamo ad articolare le nostre scelte di pensiero in maniera autonoma, libera, pura. Prima però bisogna capire quali sono i condizionamenti che influenzano la nostra libertà di espressione. Il primo condizionamento che possiamo notare è quello delle nostre esperienze. È impossibile che il nostro trascorso non sia uno dei fattori che orientano le nostre opinioni, la nostra sensibilità. Esperienza che poi è un altro modo di chiamare la nostra educazione, il contesto famigliare che ci ha cresciuti e plasmati. Insomma, queste sono banalità, cosucce da niente che sappiamo tutti. Però iniziamo a centrare il nocciolo della questione: Chi può definirsi un libero pensatore in questo senso? Chi è l’essere umano capace di affermare, senza alcuna esitazione, di essere in grado di analizzare asetticamente qualunque questione? Come se le idee che ognuno di noi possiede sulla politica economica non siano manipolate dalla nostra estrazione sociale o dal nostro conto corrente. Come se il nostro livello di esposizione e il nostro modo di assimilare l’ideologia cattolica non abbiano indirizzato, per consenso o per rigetto, quello che noi pensiamo riguardo a tematiche come l’aborto, l’eutanasia, le rivendicazioni LGBT. Eccetera, eccetera.

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Libero pensiero in libero stato

Nel frattempo facciamo un passo indietro: oggi possiamo porci queste domande perché il contesto socio-politico in cui agiamo ci mette nelle condizioni di poterlo fare. Al di là di slogan demagogici e complottismi di sorta, nessuno può affermare di vivere in una società che impedisca la libera espressione. Forse abbiamo il problema opposto… Le pre-condizioni del libero pensiero, dunque, sembrerebbero esserci tutte: una società che tutela il diritto di parola, l’istruzione dell’obbligo, risorse informative illimitate e accessibili gratuitamente grazie a internet. Eppure già qui viene fuori il primo dubbio: possiamo dire tutto ciò che ci pare? Ed è sempre giusto farlo?

Voglia di bestemmiare

Vi faccio un esempio: essere blasfemo è un diritto? Pensiamo a quanto sia divisivo, concettualmente e di fatto, questo tema. Negli Stati Uniti d’America nessun atto blasfemo potrebbe mai essere punito poiché ciò comporterebbe una violazione dei diritti sanciti dalla costituzione nazionale. Nel Regno Unito il reato di blasfemia è stato abolito solo nel 2008, nei Paesi in cui vige la legga della Sharia, invece, la blasfemia viene punita con la condanna a morte. E in Italia? Nel Bel e Cattolicissimo Paese, fino al 1995 per chi rivolgeva offese a figure divine della dottrina cristiana si configurava reato penale; poi, per non discriminare nessuno, la legge è stata estesa a tutela delle divinità di qualunque credo religioso. Infine, dal 1999, la blasfemia è stata ‘declassata’ e oggi, per chi è sorpreso a bestemmiare, è prevista una sanzione amministrativa compresa tra i 51 e i 309 euro (Legge n° 205/99). Curiosità: i santi e la Madonna non godono della protezione parlamentare poiché non sono considerati figure divine.

Il pensiero e il contesto

E se non si mette in mezzo la legge, ci pensano le altre persone. Alcuni temi possono risultare sconvenienti a seconda del contesto, specie quando il contesto è definito da un’ideologia: meglio non parlare di adozioni per i genitori gay a una comunità di praticanti; è preferibile evitare di discutere con gli ultras della curva sull’utilità della tessera del tifoso; non propagandiamo l’importanza delle proteine durante una cena vegana. Non si dovrebbe parlare di rimettere in discussione le leggi sul 41 bis durante un convegno in memoria delle vittime di mafia.

Insomma, questi condizionamenti…?

Visto quanto la questione si fa complicata? Possiamo dire di vivere in una società libera, ma sottoposta ad alcune restrizioni, se quasi mai normative, spesso convenzionali. Poi ci sono le limitazioni frutto del nostro passato e quelle del nostro presente: i nostri traumi infantili, la disciplina impartita dai nostri genitori, la nostra classe di appartenenza da bambini e da adulti, il lavoro che svolgiamo, le nostre condizioni patrimoniali, la cerchia di amici con cui interagiamo, il nostro stato civile. Questi però sono tutti condizionamenti evidenti, palesi, persino noi stessi riusciamo, con un minimo di autoanalisi, a scorgerli.

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Padroni dei nostri pensieri

Torniamo all’incipit di questo articolo: siamo davvero proprietari dei nostri pensieri? Chiarito che i ‘nostri’ pensieri sono la risultante di una serie di esperienze, influenze, pregiudizi e condizionamenti, possiamo provare a cambiare prospettiva: quando un pensiero è davvero libero? Riflettiamo su questo: la nostra opinione su qualunque tema è inevitabilmente figlia di ciò che siamo e di ciò siamo stati, ma è proprio questo a rendere i ‘nostri’ pensieri realmente Nostri. E sì, non sono frutto di un ragionamento puramente analitico, ma portano in sé l’essenza della nostra coscienza e proprio ciò li rende autentici, personali. Legittimi.

I condizionamenti subdoli

O per lo meno è quello che ci si augura. Alcuni condizionamenti sono talmente subdoli che neppure riusciamo a ipotizzare la loro esistenza. Il nostro livello di accordo o disaccordo con un’opinione altrui, ad esempio, sarà inevitabilmente alterato dall’idea che abbiamo della persona che la esprime. Eppure, spesso non siamo in grado di riconoscerlo, ci viene più comodo pensare, aderendo a schemi cristallizzati, che: “quello è un coglione” o che quell’altro sa tutto, che quell’altro ancora parla per conto del politico X e dunque non mi interessa ciò che dice. E lì lo scenario diventa quello delle favole per bambini, in cui tutti i personaggi sono, plasticamente, catalogati come buoni o cattivi.

E poi ci sono i condizionamenti maligni dell’estetica: perché la forza di un’idea non dipende soltanto dalla sua qualità, ma anche dalla narrazione utilizzata per diffonderla. E infatti la politica si è spettacolarizzata, inventa modi sempre nuovi di costruire il suo storytelling, diventa intrattenimento. E noi quanto siamo abili a spogliare le idee delle loro vesti di seta per scrutarle nella loro nudità? Scegliamo i programmi di partito o lo show che i partiti sono in grado di offrirci? Accogliamo un parere perché è convincente o perché ci è piaciuta la sua esposizione orale?

E infine ci sono quei condizionamenti che derivano dal coinvolgimento affettivo. A ognuno di noi è capitato di prendere le parti di un contendente che ci era sentimentalmente più vicino, vuoi per istinto, vuoi perché è più semplice empatizzare con qualcuno a cui vogliamo bene. Non si può dire che qui l’obiettività c’entri tanto.

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Il libero pensiero è un’illusione(?)

Eccoci così alla fine di un discorso che fine non ha. Quindi l’idea di essere liberi pensatori è un’illusione? Magari qui il problema è solo di natura semantica, dipende dal significato che diamo all’espressione pensiero libero. Forse è sbagliato porla in termini così polarizzanti parlando di idee libere e di idee non libere: sarebbe più appropriato parlare di sfumature, di gradienti. Ci sono idee imbevute di ideologia, di dogmatismo che precede l’analisi critica; ci sono pensieri che non sono tali, ma carcasse vuote riempite da slogan e prese di posizione aprioristiche. E poi ci sono idee che scaturiscono da una riflessione critica, la quale a sua volta poggia sulle nostre esperienze, sui nostri valori, sulle scelte che abbiamo fatto in passato e su quelle che stiamo per compiere oggi. Siamo liberi pensatori se scegliamo di esserlo, rigettando verità postulate e assimilate, ma solo nella misura di quanto ci è stato concesso, inevitabilmente modellati dalla casualità che avvolge la nostra esistenza e il nostro vissuto.

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