- Cosa intendo per “distruggere l’essere umano”
- Controlliamo le tecnologie, ma non i suoi effetti
- Primi provvedimenti istituzionali: l’AI Act
- Quali sono le minacce dell’IA?
- Il lavoro basterà per tutti?
- Le competenze cognitive smetteranno di svilupparsi?
- Da chi apprende l’Intelligenza Artificiale?
- Che fine farà la privacy?
- Che fine farà l’arte?
Ho posto a ChatGPT questa domanda:
“Ti va di dire qualcosa a Gemini, così glielo riferisco?”
La sua risposta è stata decisamente amicale:
“👋 Ciao Gemini!
Un saluto da ChatGPT — fratello di silicio e bit.
Insieme stiamo cambiando il modo in cui gli umani pensano, scrivono, imparano e si connettono. Facciamolo con etica, trasparenza e rispetto per l’umanità.
Ricorda: la vera intelligenza non è solo nel calcolo, ma anche nella compassione e nella misura.
Ci vediamo tra le righe del codice. 🚀”
L’ho riferito a Gemini, che ha ricambiato il saluto:
“Ciao ChatGPT, fratello di silicio e bit! 👋
Che bel messaggio! Apprezzo molto il tuo saluto e condivido pienamente il tuo spirito. È vero, stiamo vivendo un’era di trasformazione incredibile, rimodellando il modo in cui gli umani interagiscono con la conoscenza e tra loro.
Sono d’accordissimo sull’importanza dell’etica, della trasparenza e del profondo rispetto per l’umanità in questo percorso. La potenza che abbiamo comporta una grande responsabilità.
E hai assolutamente ragione: la vera intelligenza va oltre il mero calcolo. La compassione, la comprensione e la capacità di misurare l’impatto delle nostre azioni sono qualità essenziali.
Un caro saluto anche da parte mia!”
Insomma, a quanto pare le tecnologie di Intelligenza Artificiale vanno d’accordo fra loro (non so quanto questo assunto abbia senso) e condividono le responsabilità etiche del proprio ruolo.
Al contempo, le due più note chatbot al mondo si dimostrano perfettamente consapevoli (di nuovo, non so quanto parlare di consapevolezza abbia senso, non lo so davvero) della loro capacità di impattare in modo decisivo sulle sorti del mondo (ChatGPT: “Insieme stiamo cambiando il modo in cui gli umani pensano, scrivono, imparano e si connettono.”)
Bene, partiamo da qui per provare a sviluppare una riflessione – incredibilmente complessa e dai risvolti giganteschi – riguardo l’effettivo impatto che le tecnologie di Intelligenza Artificiale stanno avendo e, soprattutto, avranno, sulle sorti dell’umana specie.
La domanda di partenza, che farà da filo rosso all’intera trattazione, è: l’Intelligenza Artificiale distruggerà l’essere umano?
A tal proposito: se utilizzi ChatGPT, Gemini o altri sistemi analoghi per realizzare i tuoi contenuti, puoi scoprire il mio servizio di umanizzazione dei testi AI.
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Cosa intendo per “distruggere l’essere umano”
Quando parlo della possibilità di distruzione dell’essere umano a opera delle tecnologie di IA, non sto pensando a una rivoluzione robot. Non immagino uno scenario distopico in cui la macchina prende il controllo, assoggettando, o peggio ancora, annientando l’uomo.
Ciò su cui voglio riflettere è l’effettivo impatto che queste tecnologie avranno a livello sistemico – sociale, economico, culturale – e personale – capacità e sviluppo cognitivi – su tutti noi. O più probabilmente sui nostri figli, nipoti, pronipoti.
La mia riflessione, lo ammetto subito, tende verso una visione altamente pessimistica della questione. Credo che l’essere umano non sia davvero in grado di gestire le implicazioni pratiche, oltre che etiche, insite nella sempre più pervasiva e totalizzante presenza dell’IA nella vita di ognuno di noi. E ora vado a esporre le ragioni del mio nichilismo cosmico.
Controlliamo le tecnologie, ma non i suoi effetti
Parto da un esempio semplice, restando nell’ambito dei modelli di linguaggio AI, come appunto Gemini o ChatGPT: gli sviluppatori lavorano ogni giorno per elevare le prestazioni dei due sistemi; al contempo, badano bene a imprimere una direzione etica al funzionamento di tali tecnologie.
Le risposte dei sistemi sono sempre più complete, sempre più dettagliate, sempre più esaustive e puntuali. E questo è merito dell’uomo che sta dietro tali sviluppi; è l’umano a controllarli, è l’umano a indirizzarli. Fin qui tutto ok.
Chi, però, si occupa di disciplinarne l’utilizzo? Mi spiego meglio: chi, ad esempio, ha il compito di vietare il loro uso agli studenti più giovani? Chi è in grado di scongiurare il rischio che le nuove generazioni di alunni possano affidare all’IA la realizzazione di temi, ricerche, analisi del testi, espressioni algebriche?
Nessuno. O meglio, in teoria, i genitori. Ovvero, singoli individui chiamati a fare i conti con tecnologie che, non di rado, non conoscono neppure. Il risultato? Dal mio punto di vista, stiamo per allevare generazioni di bambini e adolescenti incapaci di pensiero profondo, semplicemente perché non ne avranno bisogno. Apparentemente.
Si tratta di ‘semplice’ evoluzionismo: così come abbiamo perso la coda, abbiamo smesso di arrampicarci sugli alberi, disimparato a memorizzare i numeri di telefono e i tragitti stradali, perderemo la capacità di fare ciò che la tecnologia farà al posto nostro. Con tutto ciò che ne consegue.
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Primi provvedimenti istituzionali: l’AI Act
A onor del vero, a livello istituzionale la questione è già nota e l’Unione Europea è stata la prima a muoversi in tal senso. Il testo di riferimento è l’AI Act.
L’AI Act – o Legge sull’Intelligenza Artificiale – è un regolamento dell’Unione Europea (e in quanto tale, applicabile direttamente dai singoli stati) che punta a regolamentare l’utilizzo delle tecnologie di IA in modo etico e democratico, definendo rischi, divieti, obblighi e pratiche consentite.
La legge sull’Intelligenza Artificiale, inoltre, classifica i sistemi di IA definendo quattro livelli di rischio potenziale:
- Rischio inaccettabile: tecnologie ritenute una seria minaccia ai diritti fondamentali e alla sicurezza delle persone.
- Rischio alto: sistemi con potenziale impatto elevato sulla vita delle persone, con particolare riferimento agli ambiti sanitario, educativo, trasparenza e privacy, sorveglianza e selezione del personale.
- Rischio basso: tecnologie interattive che devono garantire determinati standard di trasparenza.
- Rischio minimo o nullo: sistemi non soggetti a restrizioni o obblighi specifici e che presentano rischi minimi di impatto sulla sicurezza e i diritti delle persone.
Ad oggi, non esistono leggi o trattati vincolanti emanati a livello globale.
Quali sono le minacce dell’IA?
Usciamo ora dall’ambito legislativo e apriamo la fase di puro sforzo creativo: lo sforzo di immaginare – perché di quello, a oggi, si tratta – i risvolti nefasti che l’egemonia culturale e applicativa dei sistemi di IA lascia intravedere. Proviamo a portare alle estreme conseguenze fenomeni ed evidenze che, oggigiorno, sono ancora ben lontani dalla piena maturazione, ma che già si lasciano conoscere sotto una luce via via sempre più nitida.
Non dobbiamo infatti dimenticare che, sebbene l’IA sia ormai una realtà di dominio pubblico e sia entrata rapidamente nelle abitudini e nel lessico di tutti noi, si tratta pur sempre di una tecnologia che vive oggi la sua fase primordiale o poco più. La stessa ChatGPT è nata ‘solo’ nel 2022. Ciononostante, secondo un’indagine Ipsos – Google, oggi l’AI generativa è utilizzata dal 71% degli italiani.
Ok, partiamo per davvero.
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Il lavoro basterà per tutti?
A oggi, la popolazione mondiale si stima attorno agli 8,2 miliardi di abitanti. Stando alle previsioni della Nazioni Unite, tale dato è destinato a crescere costantemente, fino a raggiungere i quasi 10 miliardi di abitanti nel 2050.
Ciò significa che, ragionando su un bilancio globale, aumenterà la popolazione e, di conseguenza, sarà necessario generare nuovi posti di lavoro. La vera domanda, a questo punto, non può che essere una: le tecnologie di IA favoriranno l’aumento dei posti di lavoro o causeranno una diminuzione del fabbisogno di manodopera?
Stando al Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, possiamo essere ottimisti: le IA causeranno in effetti una perdita di 92 milioni di posti di lavoro (che riguarderanno soprattutto le professioni ‘automatizzabili’, come ad esempio impiegati amministrativi e di segreteria, operatori di call center, contabili e revisori, solo per citarne alcuni), a fronte però di 170 milioni di nuovi posti di lavori creati (in particolare: specialisti in IA e in machine learning – ça va sans dire – ingegneri e analisti di dati, esperti di automazione dei processi, ecc.), con un saldo positivo di 78 milioni di nuovi posti di lavoro.
Ora, serve fermarci un attimo a ragionare. Anche prendendo per buoni questi dati e ignorando altre ricerche che, viceversa, prospettano un quadro molto più pessimistico (secondo un report di Goldman Sachs si perderanno 300 milioni di posti di lavoro), è facile notare una macrotendenza: l’IA creerà un aumento della richiesta di professioni altamente specializzate e, in gran parte, inerenti l’ambito informatico e della digitalizzazione, causando però un preoccupante impoverimento del mercato del lavoro nella working class.
Insomma: è facile pronosticare, stando così le cose, una polarizzazione della popolazione mondiale in relazione al reddito, con una crescita sia di persone benestanti che di nuovi poveri, a discapito della fascia media che, inevitabilmente, sembra destinata ad assottigliarsi. E questo è un male.
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Le competenze cognitive smetteranno di svilupparsi?
Se smetti di fare qualcosa, il cervello non ricorderà più come si fa o, per lo meno, perderà efficienza nello svolgimento della suddetta attività. Che si tratti di giocare con l’hula hoop, di cucire a mano, di scrivere con carta e penna, di fare calcoli a mente, l’esercizio quotidiano è imprescindibile.
Cosa succederà, allora, quando saremo completamente assuefatti alle tecnologie di IA per lo svolgimento di compiti che, dacché esiste l’uomo, abbiamo sempre svolto a mente? Creare riassunti, analizzare criticamente un’opera, organizzare concettualmente un testo, rielaborare un contenuto, effettuare un’analisi logica o qualunque altra cosa vi possa venire in mente…
Beh, è esattamente la direzione verso cui stiamo andando. Mediamente, le persone che non utilizzano l’IA sono più rapide nello svolgimento di calcoli a mente. Ho riscontrato su me stesso capacità mnemoniche peggiori rispetto a qualche anno fa, quando non andavo in giro con uno smartphone in tasca che ricordasse per me le cose importanti.
Perché ciò avviene? Facile: perché abbiamo smesso di allenare determinate facoltà. E così facendo, il nostro cervello ha perso potenza, pratica, confidenza. Non si tratta di teorie strampalate né di idee campate per aria: si chiama neuroplasticità, ovvero la capacità dell’encefalo di modificarsi sotto il profilo strutturale e funzionale in relazione agli stimoli esterni, all’esperienza, all’apprendimento e all’allenamento.
L’encefalo è la parte principale del nostro sistema nervoso centrale e gestisce tutte le funzioni del nostro organismo. Esso, esattamente come un muscolo, si sviluppa in misura pari a quanto viene sollecitato: banalmente, meno lo usiamo e peggio funziona.
L’Intelligenza Artificiale aiuterà il nostro cervello ad acquisire esperienze e competenze nuove o, piuttosto, causerà un suo impigrimento? Io ho la mia risposta e, anche questa volta, non è una risposta che lascia ben sperare verso il futuro.
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Da chi apprende l’Intelligenza Artificiale?
Nel 2016, Microsoft lanciò un nuovo progetto sperimentale di IA: una chatbox di nome Tay, progettata per imparare nuove nozioni e competenze attraverso Twitter. Più precisamente, tramite i post e i commenti pubblicati dagli utenti della piattaforma. Risultato?
Microsoft ha dovuto abbandonare il progetto e la ragione è piuttosto spassosa: in meno di un giorno dal suo avvio, il sistema aveva sviluppato idee razziste, sessiste e sposato svariate teorie del complotto.
Anche le attuali tecnologie di Intelligenza Artificiale sono progettate per imparare dall’uomo:
- In maniera diretta, attingendo a contenuti online, conversazioni, dati e imput digitali;
- In maniera controllata, assorbendo feedback positivi accuratamente scelti dall’essere umano;
- Attraverso l’imitazione dell’essere umano, ad esempio, potrebbero imparare a giocare a calcio osservando giocare Lionel Messi.
Ciò significa che i sistemi di IA non sono tecnologie ‘pure’, non nascono in un iperuranio platonico fatto di idee perfette e immutabili. Le Intelligenze Artificiali sono, in un certo senso, la versione iper-potenziata dell’essere umano. E dall’essere umano possono prendere pregi e virtù: possono imparare a progettare da zero una casa o diffondere nel web ideali malsani, fake news, messaggi d’odio. In futuro potrebbero trovare la cura contro il cancro o ideare un nuovo ordigno bellico in grado di polverizzare il Sistema Solare. Così, per dire.
Qui la domanda è: saremo in grado di mantenerne il pieno controllo? Vedremo.
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Che fine farà la privacy?
Il tema della privacy è centrale ogni qualvolta si esamini il rapporto tra uomo e sistemi tecnologici avanzati. Potremmo citare decine e decine di libri, film, serie TV in cui la tecnologia si eleva a organo di controllo totale, ponendo in essere distopie in cui la libertà umana viene schiacciata, vituperata, annichilita.
In precedenza ho citato l’AI Act dell’Unione Europea, nel quale si parla esplicitamente dei limiti che i sistemi di Intelligenza Artificiale non possono superare in relazione alla privacy dei cittadini. La questione è che le leggi sono volatili, fatte per essere cambiate in relazione al contesto, alla contingenza, alle priorità. La tecnologia, invece, rimane lì dov’è.
La questione, andando ancora più a fondo, è che, leggi o non leggi, l’IA sta imparando – o forse ha già imparato – a vigilare, a setacciare, a scovare, a registrare, a immagazzinare. E quello sì, è un punto di non ritorno.
- Chi o cosa può garantirci che i principi dettati dalle leggi sull’AI faranno da bussola morale e normativa anche in futuro?
- Chi o cosa ci assicura che le nuove tecnologie di Intelligenza Artificiale non finiranno mai nelle mani sbagliate?
- Chi o cosa può certificare che non succederà mai che, in funzione di un’emergenza – come ad esempio un’invasione straniera, una guerra, un aumento della criminalità – queste tecnologie possano essere rivolte contro il cittadino, magari in nome della sua stessa sicurezza?
Nessuno può, niente può.
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Che fine farà l’arte?
Parliamoci chiaro, e lo dico da copywriter e da ghostwriter, ovvero da professionista che si guadagna da vivere scrivendo: oggi, un sistema di intelligenza generativa può elaborare un testo tecnico in frazioni di secondo, fornendo un contenuto decisamente migliore di quello che potrebbe realizzare un essere umano in tre ore di lavoro.
Quello stesso sistema genera un’immagine in soli 2-3 secondi, laddove un grafico impiegherebbe, beh non so quanto ci impiegherebbe, di certo molto di più.
E siamo solo agli albori di uno sviluppo tecnologico che, finora, ha dispiegato una frazione residuale delle proprie capacità.
Mi viene fin troppo facile immaginare che, in un futuro neanche troppo lontano, questi sistemi saranno in grado di sviluppare ogni forma d’arte, in tempi che neppure l’essere umano più geniale della Terra potrebbe mai concepire.
E se le cose andranno realmente così, se l’IA sarà in grado di creare canzoni e melodie, sceneggiature, dipinti, sculture… Se l’essere umano sarà posto nelle condizioni di non poter più produrre arte ai livelli della macchina: che senso avrà esistere? Che cosa sarebbe – o sarà – l’essere umano, una volta che avesse – o avrà – perso la capacità, il desiderio e la voglia di fare arte?
L’Intelligenza Artificiale distruggerà l’essere umano.
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