Quante volte vi capita di affrontare un dibattito con un amico, un parente, un collega? Spesso si tratta di un contrasto che nasce nell’ambito del pallone: un calciatore, una squadra, una partita osservati in modo differente. Altro e tanto spesso, a confliggere sono visioni legate al mondo della politica e della società: l’aborto, l’immigrazione, la guerra in Ucraina, il conflitto israelo-palestinese, per dirne qualcuna.
Quante volte, durante questi dibattiti, vi capita di riuscire a gestire una discussione che, dall’inizio alla fine, verte esclusivamente sul merito della questione? Quanto riuscite a restare nel tema, argomentando e controbattendo solo sulla base di ciò che viene esposto dall’altra parte? Rispondo io: praticamente mai.
Sapete perché ciò accade? Perché qualunque tipo di conflitto verbale, nel nostro privato, in TV, in radio, sui social, è sistematicamente inficiato da fallacie logiche.
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E perché ciò avviene? Facile, le ragioni per cui ciò accade sono solo due:
1. La controparte agisce intenzionalmente allo scopo di invalidare il confronto. Ciò è sovente dimostrazione di una presa di consapevolezza, da parte del manipolatore, sulla debolezza della propria posizione.
2. La controparte è analfabeta funzionale e non è in grado di sostenere un confronto basato sul ragionamento logico.
Chiariamo subito che, in entrambi i casi, è impossibile arginare l’atto di manipolazione verbale messo in atto dall’antagonista: nel primo caso perché egli/ella non ha alcuna intenzione di spostare il focus del confronto; nel secondo, perché non è in grado di farlo.
Ciò che noi possiamo fare, però, è imparare a riconoscere questi atti di manipolazione linguistica e logica con cui, pressoché quotidianamente, ci troviamo ad avere a che fare. Le fallacie logiche, infatti, sono nella vita di tutti i giorni; non incappiamo in esse solo nel caso di differenze di vedute su temi a noi esterni (come appunto il calcio o la politica), ma anche nei conflitti relazionali che ci capita facilmente di affrontare con il partner, i coinquilini, i figli o i genitori, capi, sottoposti, clienti e fornitori a lavoro.
Passiamo al concreto allora: ecco le più diffuse fallacie logiche e le più comuni tecniche di manipolazione discussiva con cui siamo costretti ad avere a che fare.
Fallacia ad hominem
Accendiamo la TV. Sullo schermo, un uomo accusa un altro di aver promosso politiche economiche dannose per il Paese, adducendo a sostegno della propria tesi una serie di dati statistici. L’altro lo interrompe, intimandogli di tacere, dato che egli non è neppure laureato.
Questo è un classico esempio di fallacia ad hominem, o argumentum ad hominem. In questo caso, la persona attaccata sceglie di non rispondere nel merito della critica, nel nostro esempio spiegando perché, contrariamente a quanto esposto dal suo detrattore, le politiche economiche siano state efficaci e salutari per il Paese. Piuttosto, sceglie di screditare l’attacco appena subito invalidando la credibilità di chi lo ha pronunciato.
Vista in questo modo, può sembrare una tecnica manipolativa particolarmente semplice da riconoscere, ma in realtà non è così. Nella politica, ad esempio, questo tipo di approccio è impiegato in modo scientifico, riuscendo quasi sempre a colpire nel segno: non necessariamente questo tipo di fallacia risulta persuasiva, ma ottiene comunque l’effetto di distogliere l’attenzione, spostando il focus e, di conseguenza, modificando la percezione del pubblico.
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Fallacia ad verecundiam e Fallacia ad populum
Detta anche argumentum ab auctoritate o appello all’autorità, la fallacia ad verecundiam fa leva sulla capacità che hanno soggetti percepiti come autorevoli e credibili di influenzare l’opinione delle persone. Si tratta di una fallacia in quanto l’autorevolezza di una persona non è rilevante ai fini di una dissertazione logica.
Facciamo un esempio: Giuseppe e Anita stanno discutendo sulla liceità dei vaccini obbligatori. Il primo sostiene che l’imposizione di vaccinarsi rappresenti una grave violazione del proprio diritto di coscienza, sancito costituzionalmente; la seconda dissente, sottolineando che la tutela della salute pubblica è un principio più importante e deve essere difeso a tutti i costi.
Giuseppe a quel punto, per avallare la propria posizione, prende il proprio smartphone e mostra ad Anita una serie di influencer che la pensano come lui, sottolineando come questi siano particolarmente credibili: ciò è testimoniato dalle migliaia di like conquistati dai loro post sui social.
Anita gli fa notare che nessuno, fra i personaggi coinvolti nel dibattito da Giuseppe, sono esperti di sanità né di costituzionalismo; la loro opinione, pertanto, non aggiunge nulla al confronto, non rafforza le argomentazioni di Giuseppe né sminuisce le sue. Dunque, si tratta a tutti gli effetti di una fallacia logica. Semmai vi troverete al posto di Anita e qualcuno vi obietterà: “Stai dicendo che migliaia di persone sbagliano?” Voi potete rispondere “Sì”.
In questo esempio c’è anche un ulteriore tipo di manipolazione verbale: la fallacia ad populum, ovvero la logica secondo cui, se le masse pensano tutte la stessa cosa, quella cosa non può che essere vera. Se questo fosse un ragionamento logico, penseremmo ancora che la Terra è piatta.
Fallacia ad misericordiam
Franco finisce a processo a causa di un incidente stradale: alla guida della sua vettura, ha investito Michele, un quattordicenne che transitava a piedi. Secondo la difesa, Franco si è regolarmente fermato al semaforo rosso, riprendendo la marcia alla comparsa della luce verde. Dunque, secondo quanto asserito dai suoi legali, è stato Michele ad attraversare la strada imprudentemente con il semaforo rosso.
Viene chiamata a testimoniare Enza, la mamma di Michele, che era presente sul luogo del misfatto. La donna è in lacrime e, durante la sua deposizione, si sofferma sulle gravi conseguenze che suo figlio è stato costretto ad affrontare in seguito al sinistro, invocando per tale ragione una pena severa nei confronti di chi le ha cagionate.
In questo semplicissimo caso, è facile notare una fallacia ad misericordiam, ovvero un tentativo di persuasione attuato sfruttando l’empatia, la compassione, la pietà, ma trascendendo il ragionamento logico.
È evidente come la legge non possa tenere conto di questioni emotive, dunque questa fallacia, nell’esempio appena descritto, è agevolmente riconoscibile: Franco è innocente a prescindere dal dolore causato dall’incidente. In altri casi, però, questo tipo di fallacia rischia di compromettere la lucidità di ragionamento e di scelta, inducendo a prendere decisioni basate, non su criteri di tipo razionale, bensì sull’onda emotiva di un evento particolarmente coinvolgente.
Ad esempio, il 23 ottobre 2001, negli Stati Uniti, venne ratificata la USA Patriot Act, una legge liberticida che, nel concreto, rafforzò il potere di forze di polizia e di intelligence americane, configurandosi come un provvedimento che limitava il diritto alla privacy dei cittadini.
Per comprendere perché questa legge venne approvata senza una particolare indignazione pubblica, dobbiamo fare riferimento al contesto; siamo appena un mese e mezzo dopo gli attentati delle Torri Gemelle: è evidente che, in quel preciso momento storico, l’intera nazione statunitense era segnata dal dramma dell’attacco terroristico: fu, a ben vedere, una decisione presa approfittando dell’emotività del momento che assoggettava la popolazione. I cittadini accettarono di buon grado la nuova legge poiché condizionati dalla paura di nuovi attacchi e dal desiderio di dare un senso a migliaia di morti.
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Fallacia dell’Ignoratio elenchi
Nelle interviste successive a una partita di calcio terminata con il punteggio di 3-2, l’allenatore della squadra vincente, campione in carica da tre anni, viene incalzato con questa domanda: “Mister, anche oggi avete subito 2 gol. In tutto sono già 20, ben 5 in più rispetto allo scorso campionato: ci sono problemi con la fase difensiva?”
L’allenatore non si scompone, schiarisce la voce e replica: “Abbiamo gli stessi punti che avevamo l’anno scorso in questa fase della stagione, siamo primi in classifica e dobbiamo essere soddisfatti di quello che abbiamo fatto fino a oggi”.
L’allenatore, in questo caso, non ha risposto alla domanda. Nella sua intervista, ha introdotto elementi veri, oggettivi e incontrovertibili, ma irrilevanti ai fini dell’argomento proposto.
Questo è un esempio di Ignoratio elenchi, una fallacia logica conosciuta anche come conclusione irrilevante e traducibile dal latino come “ignoranza della confutazione”. Questa fallacia mira a introdurre nella discussione argomenti che, benché veri, non sono rilevanti ai fini del tema trattato o del punto di vista esposto.
Questo tipo di fallacia si declina in diverse forme. Nell’esempio dell’allenatore, viene fornita una risposta non coerente con la domanda e il fatto che il mister dica cose vere e dimostrabili fornisce la percezione che la sua trattazione sia logicamente efficace, ma è evidente che non sia così.
Un’altra modalità di strumentalizzare la fallacia della conclusione irrilevante consiste nel difendere una posizione simile rispetto a quella chiamata in causa, perché più semplice da argomentare. Ad esempio, un esponente di partito attaccato per aver promosso politiche disincentivanti l’occupazione controbatte che “Sotto la nostra guida sono nate molte più aziende rispetto al precedente Governo”. in questo caso, viene introdotto un elemento differente rispetto a quello che si voleva affrontare, al fine di spostare l’attenzione su un tema più ‘comodo’ e attrattivo. L’aumento delle aziende, infatti, non è direttamente connesso con un innalzamento dei posti di lavoro.
O ancora, questa fallacia può agire attraverso la confusione, ad esempio fornendo motivazioni irrilevanti riguardo un’azione commessa o una scelta fatta. Pensiamo a un istituto scolastico che decide di vietare l’ascolto della musica rap nell’edificio, adducendo come motivazione il fatto che esista una correlazione fra l’ascolto di questo genere musicale e l’aumento degli atti di bullismo scolastico. In questo caso, viene giustificata una decisione senza chiarire effettivamente quale sia il nesso di causalità fra i due fenomeni.
Fallacia dello strawman
In inglese, lo ‘strawman’ è, semplicemente, l’uomo di paglia. Ovvero, una versione semplificata, ridicola, rozza, fantoccio dell’uomo in carne e ossa.
La fallacia dello strawman è un’argomentazione estremamente insidiosa, soprattutto quando chi la utilizza esibisce particolari abilità dialettiche o attoriali.
Partiamo anche qui da un esempio di fantasia: dibattito in TV fra due persone che discutono sulla possibilità di legalizzare le droghe leggere. Il primo è favorevole, ma, mentre sta argomentando, viene interrotto dal suo rivale, che ridicolizza il suo punto di vista in questo modo: “Lei è un pazzo! Sta dicendo che vorrebbe trasformare le tabaccherie d’Italia in piazze di spaccio legalizzate. Lei vuole insegnare ai bambini che non ci sia nulla di male nel drogarsi, si vergogni!”
In questo caso, la persona contraria alla legalizzazione della cannabis ha deliberatamente raffigurato la posizione del suo avversario proponendone una versione caricaturale, banalizzata ed estremizzata.
Questo tipo di fallacia è incredibilmente diffusa nei talk show televisivi. Essa non è insidiosa solo perché particolarmente attrattiva sotto il profilo dell’intrattenimento, ma anche perché solitamente si accompagna a un atteggiamento di prepotenza, volto a tacitare la controparte in modo da impedirle di chiarire il proprio reale punto di vista, aumentando così il senso di ridicolo attorno all’oppositore. In questo modo, non viene screditato solo il parere del rivale, ma è la persona stessa ad essere squalificata agli occhi del pubblico, perdendo credibilità.
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Fallacie di rilevanza: la manipolazione verbale che distoglie l’attenzione
Quelle che ho passato in rassegna in questo articolo sono tutte fallacie di rilevanza (o di pertinenza), ovvero argomentazioni fallaci in cui, ognuna secondo le proprie modalità di applicazione e funzionamento, si distoglie l’attenzione dal tema centrale, impedendo di pervenire a conclusioni pertinenti.
Sarebbe interessante riprendere un topic solo accennato all’inizio dell’articolo: perché ciò accade? Chi ha interesse ad attuare tecniche di manipolazione discussiva? Certamente, chi utilizza consapevolmente questi ragionamenti disfunzionali non è interessato a rendere chiara la propria visione. Al contempo, non è motivato ad arricchire il dibattito sulla questione in atto.
E allora perché lo fa? Le risposte in questo caso non possono che essere molteplici:
- Perché è conveniente: pensiamo ad esempio ai politici, che si pongono l’obiettivo di portare gli elettori dalla propria parte. In tal caso, l’utilizzo delle fallacie logiche è motivato da una dinamica di convenienza, dovuta anche al fatto che l’elettore medio non è in grado di processare argomenti complessi, ma risponde favorevolmente a stimolazioni emotive, semplificazioni e schemi facilmente comprensibili.
- Perché si è in posizione di debolezza: restiamo nell’ambito della politica. Chi opera nella cosa pubblica è costantemente sotto i riflettori, è costretto ad accettare compromessi, a rendersi incoerente, a ritrattare la parola data. In questi casi, inevitabilmente, il politico è facilmente attaccabile sotto il profilo logico e dei fatti. Ecco allora che le fallacie di rilevanza si configurano come un’eccellente arma retorica da utilizzare per sviare l’attenzione, spostando il focus dal contenuto alla forma.
- Per consolidare il consenso: le semplificazioni, meccanismo alla base di ogni fallacia logica, attraggono il pubblico. Facilitare la comprensione di tematiche complesse, anche a scapito della razionalità, permette a chi usa queste tecniche di manipolazione di accrescere e/o consolidare il proprio apprezzamento presso audience strategicamente rilevanti.
- Perché si ha la coscienza sporca: spesso, la verità è qualcosa che non ci possiamo permettere. E allora, l’unica cosa che possiamo fare è mentire… Oppure manipolare la discussione, confonderla, fare in modo che si perda di vista il punto focale. Squalificare la comunicazione è una tecnica difensiva subdola, ma spesso vincente: è un po’ come cercare di ottenere la prescrizione per evitare una condanna certa.
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