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Identità di genere: perché è un concetto che fa paura? E a chi fa paura?

identità di genere

Premessa fondamentale: in questo articolo non vorrei addentrarmi in spiegazioni sui concetti di identità di genere e di sesso biologico perché:

  • Non sono uno psicologo
  • Non sono un medico né un biologo né un genetista né nulla del genere

Tuttavia, per comprendere l’approccio sociale a queste tematiche – il “come” e soprattutto il “perché” – è necessario chiarire alcune nozioni esterne al mio campo di competenza, ovvero:

  • Che signica sesso biologico
  • Che significa identità di genere
  • Differenza tra sesso biologico e identità di genere

Se non ti interessa questa parte, puoi direttamente passare al paragrafo “L’identità di genere è una scelta?

Che cos’è il sesso biologico?

Diciamolo subito: biologicamente, la distinzione tra Maschio e Femmina è netta, binaria, inequivocabile. Il maschio nasce maschio, la femmina nasce femmina. Ciò è stabilito dalle caratteristiche sessuali primarie; andiamo nello specifico.

Il sesso biologico di un individuo viene stabilito nel momento della fecondazione:

  • Se lo spermatozoo che feconda l’ovulo (che ha cromosoma X) è portatore di cromosoma X, la combinazione cromosomica sarà del tipo XX e si avrà una femmina.
  • Se lo spermatozoo che feconda l’ovulo (che ha sempre cromosoma X) è portatore di cromosoma Y, la combinazione cromosomica sarà del tipo XY e si avrà un maschio.

Di conseguenza, ogni individuo svilupperà due strutture riproduttive differenti: il maschio i testicoli, le donne le ovaie; il maschio la prostata, le vescicole seminali, i dotti deferenti, la femmina l’utero, le tube di Falloppio, la vagina; il maschio avrà il pene e lo scroto, la femmina la vulva.

In rari casi, può generarsi un individuo intersessuale, ovvero una persona con variazioni cromosomiche non binarie, come ad esempio XXY, X0, XXX, XYY, ma lasciamo stare, restiamo nei casi più tipici, dove la distinzione binaria tra maschio e femmina è chiara e incontrovertibile.

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Le caratteristiche sessuali secondarie

Le caratteristiche sessuali secondarie si sviluppano invece durante la pubertà e sono influenzate dagli ormoni (androgeni maschili, estrogeni e progesterone femminile). A differenza delle primarie, le caratteristiche secondarie non devono essere intese come binarie (da una parte i tratti maschili, dall’altra quelli femminili), bensì come un continuum lungo il quale tali caratteristiche si distribuiscono.

Gli ormoni non stabiliscono il sesso biologico dell’individuo, ma ne influenzano, diciamo così, la sua manifestazione visibile, estetica. Ad esempio, è per via degli ormoni che l’uomo ha più peli, una voce più bassa e una massa muscolare maggiore rispetto alla donna.

Di conseguenza, può accadere che una femmina presenti, poniamo, un numero elevato di androgeni – ad esempio, a causa di una patologia ovarica. In funzione di ciò, il soggetto femminile in esempio può sviluppare caratteristiche secondarie più tipiche del maschio, come un aumento della peluria.

Bene, fin qui nulla ha a che vedere con il concetto di identità né può essere opinabile: si tratta di evidenze scientifiche.

Che cos’è l’identità di genere

A differenza del sesso biologico, l’attrazione sessuale non è binaria, non pone una differenza netta in quanto ognuno di noi è attratto, non dagli uomini o dalle donne tout court, bensì da singole caratteristiche che, solitamente, siamo soliti attribuire prevalentemente a uno dei due sessi.

Nel concreto, una donna che si definisce e percepisce come etero viene attratta da caratteristiche tendenzialmente appartenenti all’uomo, come possono essere l’altezza, un certo tipo di conformazione del corpo, la voce profonda. ecc.

Di fatto, però, non esiste scientificamente una distinzione inscalfibile tra uomo etero, uomo omosessuale, donna etero, donna omosessuale e così via, così come non esiste una distinzione cristallizzata delle caratteristiche sessuali secondarie.

E in ogni caso, l’attrazione sessuale, da sola, non definisce l’identità di genere di una persona.

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Ma allora, che cos’è l’identità di genere?

Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo chiederci: che cos’è l’identità?

La Treccani la definisce come “il senso e la consapevolezza di sé come entità distinta dalle altre e continua nel tempo“. Ognuno di noi, in quanto individuo dotato di intelletto e che vive in una società, ha la necessità, appunto, di definirsi

Ora chiediamoci: che cos’è il genere?

Il sesso biologico e il genere non sono la stessa cosa: il primo è stabilito dalle nostre caratteristiche fisiche, genetiche (i cromosomi XX o XY); il secondo risiede invece nella percezione mentale che ognuno ha di sé stesso e può:

  • Coincidere con il sesso biologico: cisgender
  • Non coincidere con il sesso biologico: transgender
  • Non riconoscersi solo in uno dei due sessi: non binario
  • Non essere fissa, ma mutare nel corso del tempo: genderfluid
  • Non identificarsi con nessuno dei due: agender

Quindi, per semplificare e chiudere il discorso: l’identità di genere è il genere a cui una persona sente di appartenere, a prescindere che biologicamente appartenga effettivamente a esso.

E qui mi fermo con quella che, in realtà, dovrebbe essere solo la premessa, prolissa, ma necessaria per parlare in modo consapevole del vero tema in oggetto: che problemi ha la gente con il concetto di identità di genere? Perché una moltitudine di persone fatica dannatamente ad accettare che altri individui possano non percepirsi maschi o femmine pur essendo biologicamente tali? Cosa viene tolto loro? Che tipo di danneggiamento subiscono?

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L’identità di genere è una scelta?

Lo dico subito: non ho alcun interesse a collocarmi in modo equidistante all’interno di questo dibattito. Per come la vedo io, qui non sussistono due posizioni di pari dignità, bensì un punto di vista giusto e uno sbagliato.

Pensi che una persona scelga di essere bionda? O alta? O di avere gli occhi marroni? No, certo che no. Nessuno può scegliere ‘come’ essere, è così e basta.

E ti verrebbe mai in mente di criticarla in funzione delle sue caratteristiche genetiche? Beh, magari sì, ma quello è un problema tuo. La cosa importante è che non penseresti mai di attribuire a quella persona una colpa in funzione di qualcosa che non ha scelto. Hai la libertà di accettarlo, di provare attrazione o repulsione in funzione delle sue peculiarità, ma di certo non hai la libertà di riconoscere a quella persona una responsabilità oggettiva.

E allora perché moltissime persone attuano un meccanismo di colpevolizzazione nei confronti di chi non si colloca in modo lineare all’intero della categoria cisgender (se hai saltato la prima parte, mi riferisco alle persone la cui identità di genere corrisponde al proprio sesso biologico)?

Questa è la grande domanda attorno a cui orbita l’intero scontro ideologico fra chi sostiene che esistono solo due sessi assegnati da ‘Madre Natura’ e chi difende il diritto di ognuno di identificarsi nel genere cui sente di appartenere.

Qual è la grande colpa delle persone transgender, non binarie, ecc. e cosa dovrebbero fare per espiarla?

Ovviamente – in realtà no – non c’è alcuna colpa nell’essere in un determinato modo, nel sentirsi diversi da ciò che il proprio corpo esprime: questo perché non c’è alcuna scelta nell’identità di genere, nessuna decisione assunta razionalmente, ognuno è ciò che è e basta. Esattamente come non c’è alcuna colpa e alcun merito nell’avere gli occhi azzurri, neri o nell’eterocromia.

Fin qui, ho espresso concetti elementari, scontati, banali… O almeno così dovrebbero essere, ma se così fosse, non avrei avuto ragione di scrivere questo articolo.

La paura del ‘diverso’, l’incapacità di cambiare

La motivazione che sta alla base dell’ostilità nei confronti delle persone non cisgender è solo una, semplice, gravitazionale: la paura di affrontare e di accettare il cambiamento sociale. L’incapacità di processare logiche diverse da quelle che si percepiscono come famigliari, consuete, ‘naturali’.

Dietro questa paura madre vi sono ragioni di natura culturale, ideologica, religiosa, dogmatica in generale, ma ognuna di esse è riconducibile alla grande paura primordiale: dover accettare una realtà differente dalla propria. Il bisogno di semplificare la complessità, di ancorarsi a precetti immutabili che facciano da bussola, da fondamenta, da guida sempiterna dell’intera esistenza umana.

E ogniqualvolta si presenti una nuova sensibilità, un mutamento, un cambiamento forzato, la mente pigra trova molto più accomodante rimuovere gli ‘ostacoli’ anziché imparare a gestirli. Così è stato quando il Covid-19 ha imposto la distruzione delle nostre abitudini, alimentando la nascita di svariate teorie del complotto; così avviene quando si parla di integrazione degli stranieri. 

Sono le stesse ragioni per cui Galileo dovette abiurare la sua teoria eliocentrica, per cui la teoria evoluzionistica di Darwin fu ostracizzata e la psicoanalisi di Freud venne trattata come una pseudoscienza. Dietro all’omotransfobia, dietro al razzismo, al complottismo, al rifiuto del progresso c’è sempre l’incapacità o la non volontà di cambiare.

E dunque no, non ci sono due punti di vista di pari dignità da analizzare, ma esiste il modo giusto ed esiste quello sbagliato. Che piaccia oppure no; checché ne dica il tuo Dio, tuo padre, tua nonna, la storia, la tua smodata voglia di proteggere il perpetuarsi dell’umana specie.

Esiste la possibilità di accettare la diversità e di accoglierla come ricchezza; oppure esiste il rifiuto e la denigrazione di tutto ciò che confligge con lo status quo. Ma soprattutto, esiste chi accetta e rispetta la libertà di essere di ogni individuo ed esiste la violenza di chi vorrebbe spiegare agli altri come e cosa bisogna essere. Sono due posizioni senza possibilità di mediazione né di dialogo.

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La religione, gli schemi mentali, la ricerca di sicurezza

Allora si potrebbe andare nel dettaglio, elencare e illustrare.

Si potrebbe dire che la religione cattolica non accetta l’omosessualità perché così è stato stabilito nei testi sacri di tremila anni fa. E in funzione di un dogma privo di spiegazione razionale e di implicazioni pratiche, in nome di un’idea, perseguitiamo le persone, raccontiamo loro che sono sbagliate, immonde, contro natura. Molte altre religioni asseriscono che il genere maschile e quello femminile ci sono stati assegnati da Dio – o chi per lui – e questa è l’unica verità che conta, l’unica visione possibile.

Si potrebbe spiegare che le persone meno evolute hanno bisogno di ragionare per schemi mentali rigidi e che, piuttosto che imparare a riconfigurarli, trovano molto più semplice abbattere le ragioni che portano alla loro messa in discussione.

Si potrebbe argomentare che, se qualcosa non si conosce, si fa fatica a comprenderla. E se non la si comprende, subentra la paura. E la paura rende fragili, disorienta, genera rabbia e altre emozioni con cui non si vuole avere a che fare. Così, basta eliminare le cause del disagio, basta raccontare che l’identità di genere è un’assurdità priva di senso, ed ecco che il problema non c’è più.

Si potrebbe ricordare che ognuna di queste convinzioni trova legittimazione nella forza della moltitudine, nel conservatorismo imperante, nella tutela di disvalori che oggi si ergono a bussole di una morale distorta. Una morale che trasforma il liberticidio in un atto di protezione sociale, l’oscurantismo in un bene per la collettività.

Si potrebbe sottolineare che “naturale” e “comune” non sono due termini sovrapponibili. Che ciò che diverge dalla regola non ha minore dignità di esistere. Che altrimenti dovremmo considerare ‘innaturali’ anche il quadrifoglio, il leone bianco, le perle rosa, l’aurora boreale.

Si potrebbe affermare tutto ciò, ma a cosa servirebbe? Chi è d’accordo con me lo era già prima; chi non lo è, non lo sarà mai, non capirà, riderà, schernirà. E resterà irrimediabilmente trincerato nella propria pochezza.

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