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Il clickbaiting sta ammazzando l’informazione. E siamo tutti complici

Il clickbaiting, traducibile approssimativamente con esca da click, fa riferimento a tutte quelle pratiche di scrittura utilizzate da editori con più avidità che etica per convincerci a cliccare su un link. Il fenomeno è nato su Facebook, ma si è esteso a macchia d’olio in tutta la cybersfera con la rapidità di un virus. E in effetti è esattamente ciò che è: un virus che, gradualmente, ha infettato anche la parte inizialmente sana del web. Ed è colpa nostra, perché siamo degli idioti. Procediamo con calma.

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Le strategie di clickbaiting

Incredibile: sta succedendo proprio ora!” Oppure “Apre il frigorifero, quello che scopre è terrificante.” O, ancora, “Il video censurato da tutte le tv: scopri perché.” Ammettiamolo, a volte sappiamo perfettamente che titoli del genere sono forieri di contenuti spazzatura, ma la curiosità è troppa e, alla fine, finiamo col cliccarci su comunque. Lo facciamo spesso con consapevolezza, i più sprovveduti lo fanno ingenuamente, con responsabilità forse meno gravi degli internauti consapevoli. E non facciamo altro che incentivare l’utilizzo del clickbaiting, da parte di chi in quel mare di sensazionalismi ci sguazza alla grande. Le tecniche ‘acchiappaclic’ non sono neppure così recenti e, ormai, avremmo dovuto farci l’abitudine. Persino Google e Facebook, che già nel 2015 proclamavano la guerra aperta nei confronti dei contenuti fuffa, non hanno saputo arginare il fenomeno. Quattro o cinque anni fa, i sofisticatissimi algoritmi in uso nelle zone di Menlo Park e di Mountain View avrebbero dovuto spazzare via, o per lo meno indebolire, tutte quelle pagine e tutti quei siti che utilizzano il clickbaiting in modo sistematico, al solo fine di pompare le statistiche del sito e capitalizzarle tramite inserzioni e banner pubblicitari. Invece eccoci qui, nel 2019, a riconoscere che, non solo il fenomeno non è stato arginato, ma è persino in crescita. Ed è in crescita perché funziona. Il dramma però è un altro: anche i leader del sistema d’informazione nazionale si sono accorti che il sistema funziona, e si sono adeguati…

C’era una volta il giornalismo…

Cerchiamo di comprendere a fondo quale sia il prezzo che la società dell’informazione – e quindi anche noi – paga al degradante uso della comunicazione acchiappaclic e con quali effetti. Un titolo pensato per il clickbaiting è caratterizzato, più o meno metodicamente, dalle seguenti caratteristiche: genericità, approssimazione, assenza di informazioni rilevanti, stile effettistico e, bontà divina, punti esclamativi. In pratica, vengono contraddette tutte le più essenziali regole di virtù giornalistica. Una sana etica dell’informazione imporrebbe invece la scrittura di titoli circostanziati, pragmatici e credibili. Si tratta di una vera e propria rivoluzione – o involuzione – che ribalta obiettivi e modalità comunicative: anziché cercare di compendiare tutte le nozioni utili tra titolo, descrizione (sommario) e commento al post (l’occhiello), ora si cerca di offuscare la vera notizia, in modo da costringere l’utente a visualizzare la pagina o, peggio ancora, lo esorta a farsi un’opinione su qualcosa senza neppure leggere la news. Ecco due dei tanti rovesci della medaglia insiti nella democratizzazione dell’informazione, ovvero il dilettantismo e la perdita di una deontologia.

Clickbaiting: il virus si propaga

In principio, a navigare pionieristicamente nelle torbide acque del clickbaiting furono siti di bassa lega e considerazione inesistente, che vibrarono le loro esche nel mare della stoltezza umana. E finché si configurava come un evento circoscritto, il problema restava marginale. Ma, come detto, sembra che oggigiorno scrivere secondo le regole dell’acchiappaclic sia diventata prassi. E così, ecco che testate nazionali, organizzazioni politiche, personaggi pubblici si sono convertiti alla logica dei numeri. Siamo invasi. Siamo invasi e lo sappiamo, ma la cosa inizia a non disturbarci più, abbiamo imparato il giochino e, talvolta, ci rendiamo complici. Suvvia, è una cosa tanto grave? Probabilmente sì, perché la risultante è un totale imbarbarimento dei sistemi di comprensione della realtà, perché iniziamo a farci un’idea su ogni cosa, senza conoscerne nessuna, accontentandoci di titoloni che ci vengono letteralmente sbattuti in faccia, privi di contenuto e di funzione.

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Bastardi loro, cretini noi

Dunque, il clickbaiting ha preso piede soprattutto su Facebook, propagandosi virulento in tutto il web e infettando le componenti sane dell’informazione mainstream. Se c’è riuscito, però, il motivo è soltanto uno: perché è efficace. E perché è efficace? Perché noi utenti siamo dei cretini e ci caschiamo con tutte le scarpe. Che sia per sprovvedutezza o per sana curiosità, continuiamo a rifocillare quel sistema, alimentando disattenzione, pressappochismo, grossolaneria. E non c’è altro da aggiungere, se un sistema funziona, nessuno sarebbe così sciocco da abbandonarlo.

L’inquinamento intellettuale dell’informazione usa e getta

Ovviamente, strategie simili non hanno alcun interesse a consolidare l’immagine del proprio canale d’informazione, ma mirano più che altro a diffondere il singolo contenuto. Ora va aggiunto un ulteriore, inquietante dettaglio: sapete qual è la prerogativa dei siti che guadagnano attraverso il clickbaiting? L’alta frequenza di pubblicazione. News di bassa o nulla utilità, titolo entusiastico, qualche paragrafo raffazzonato alla bell’e meglio, pubblicazione, e via con l’altra notizia, e l’altra, e l’altra ancora. Siamo sommersi da una melma digitale che, ovviamente, fagocita la qualità, le toglie spazio, la marginalizza.

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Io dico ‘No’ al clickbaiting!

Come possiamo difenderci dal clickbaiting? Nel nostro piccolo, ognuno di noi potrebbe semplicemente boicottare le fonti che fanno uso delle tecniche malsane di diffusione di contenuti; ciò non risolve nulla a livello macrosistemico, è chiaro, ma è utile per almeno un paio di ragioni personali: da un punto di vista etico, se non altro possiamo riappacificarci con la nostra coscienza all’idea di non aver contribuito anche noi al propagarsi di cotanto sudiciume; da un punto di vista più prettamente pratico, gli algoritmi di Facebook smetterebbero di proporci contenuti simili. Da parte mia, non resta che impegnarmi a non farne mai uso, né per me stesso né per i miei clienti. Di certo non cambierò internet, ma internet non cambierà me.

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