- 1. Il lessico di Trump: le parole più usate, la semplicità, gli slogan
- I termini più utilizzati da Donald Trump
- Iperboli e assolutismi
- I nomignoli
- 2. Struttura discorsiva e retorica dei discorsi di Trump
- La brevità delle frasi
- La struttura ritmica e ricorsiva
- 3. Concetti ricorrenti e narrativa dominante
- La dialettica del Noi / Loro
- Sicurezza e paura
- L’avversione verso i media e le élite
- Il posizionamento come ‘Homo Novus’
- Considerazioni finali sulla comunicazione di Donald Trump
Donald Trump sta cambiando il modo di fare e di raccontare la politica. E lo sta facendo attraverso una comunicazione apparentemente sconnessa, estemporanea, dettata più da impulsi ed egocentrismo che da una visione unitaria, funzionale.
Ma come dicevo, ‘apparentemente’: già, perché il Tycoon, nonostante l’utilizzo di un linguaggio molto spesso rozzo e violento, e un registro lessicale decisamente povero, sta portando avanti una strategia di comunicazione molto chiara, volta a collocarlo all’interno di un immaginario prestabilito.
Vi spiegherò tutto con calma, se avrete la pazienza di leggere: ecco l’analisi dettagliata sulla strategia di comunicazione e di linguaggio adottate da Donald Trump.
Per semplificare la lettura, premetto che l’articolo si divide in 3 macro-sezione, tutte sviluppate nel dettaglio:
- Il lessico di Trump
- Struttura discorsiva e retorica dei discorsi
- Concetti ricorrenti e narrativa dominante
Ecco come l’uomo più potente del mondo ha deciso di ridisegnare gli equilibri globali, anche attraverso una definizione accurata e scientifica del suo storytelling personale.
LEGGI ANCHE: Manipolazione discussiva: le fallacie logiche che invalidano dibattiti e confronti
1. Il lessico di Trump: le parole più usate, la semplicità, gli slogan
Iniziamo prendendo in esame il suo lessico, le parole che utilizza di più, il suo registro espositivo.
Innanzitutto, partiamo col dire che il Presidente degli Stati Uniti d’America non è decisamente un fine linguista. Diversi studi (tipo questo e questo) hanno dimostrato che il livello di public speaking del Tycoon è paragonabile a quello di un bambino di terza o quarta elementare. Evidenti limiti morfo-sintattici o pura scelta strategica?
I termini più utilizzati da Donald Trump
La scelta lessicale di una persona rivela moltissimo del suo pensiero e delle sue idee. Se questo è un assunto valido un po’ per tutti, con Trump diventa addirittura paradigmatico. Diamo un’occhiata alle parole più utilizzate dall’inquilino della Casa Bianca:
Great – Grande: parola presente anche nel suo ormai celeberrimo slogan “Make America Great Again” e onnipresente ogni qualvolta egli faccia riferimenti alle proprie politiche (Great Economy ad esempio). Un termine funzionale a consolidare l’idea di forza e potere che Trump vuole trasmettere, non di rado intrisa di un vago nostalgismo per i tempi che furono.
Fake – Falso: Trump ha un conto aperto con l’informazione non allineata alle sue politiche. Non sorprende, dunque, che la parola “fake” sia ampiamente impiegata nei suoi discorsi e nei suoi post, quasi sempre al fine di screditare opinioni scomode o informazioni dannose per la sua immagine.
Loser – Perdente: sminuire la controparte, quale essa sia, è un esercizio retorico praticato un po’ da tutti in politica. Probabilmente nessuno, però, è in grado di cavalcare questa dialettica con la stessa intensità di Trump. Ecco allora che detrattori o rivali diventano molto facilmente dei “losers”, termine che non entra nel merito di alcuna critica razionale, ma mira a gettare cattiva luce sull’oppositore di turno. Semplicemente, ma efficacemente, per chi apprezza lo stile.
Border – Confine: parola e concetto che fa il paio con “Wall”, ovvero il muro. La narrativa di Trump è in effetti straordinariamente efficace nel fomentare e rappresentare le polarizzazioni, le spaccature sociali e, soprattutto, la retorica del “Noi contro di Loro”. Il Presidente a Stelle e Strisce, lo vedremo a breve, ha costruito la sua intera impalcatura ideologica sulla logica della dicotomia, del nemico da distruggere, della minaccia da sventare.
Tremendous – Tremendo: estremamente ricorrente nel registro di Trump è inoltre l’utilizzo di espressioni volutamente iperboliche, eccessive, teatralizzanti. Curioso è riscontrare come questo termine venga impiegato da Trump sia in senso positivo (l’offerta di lavoro, i successi della diplomazia USA) e sia in senso negativo (la rivalità cinese, le frodi fiscali, l’impatto dell’Obamacare).
LEGGI ANCHE: Parole che dividono il mondo: il lessico della polarizzazione del nostro tempo
Iperboli e assolutismi
Restando in tema di estremizzazioni, è facile notare come Trump adori servirsi di espressioni volutamente caricate di eccessivo pathos, giungendo talvolta ad assumere contorni caricaturali. Questo però non sembra importargli granché, poiché le sue scelte lessicali sono congeniate, mirate, progettate per rafforzare convinzioni e trasmettere sicurezza. Facciamo alcuni esempi.
- Approssimazioni e superlativi: il Tycoon pronuncia o scrive molto spesso espressioni come “Nessuno lo fa meglio”, “Il più grande…” o “Mai successo prima”. Costruiti pensati per amplificare la credibilità dei suoi discorsi e del suo operato, ma che ovviamente non sono mai seguiti da argomentazioni obiettive, dati oggettivi o evidenze.
- Sensazionalismi: allo stesso modo, adora lasciarsi andare a parole che alimentano il sensazionalismo, come “Il più forte” o “il migliore”.
- Quantificatori assoluti: infine, è un maestro nell’utilizzo di quantificatori assoluti, strategicamente diffusi per creare false convinzioni. Esempi: “Sono tutti d’accordo che…” o “Nessuno aveva mai saputo che…”
I nomignoli
Un artificio retorico arcinoto che Trump sa usare con molta scaltrezza è quello dei nomignoli, che inventa e sdogana soprattutto per sminuire i propri nemici. Un esempio famosissimo è quello di Sleepy Joe, che utilizzò a partire dal 2019 per porre l’accento sull’apparente debolezza del suo rivale Joe Biden. Nomignolo che non funzionò, dato che fu il candidato democratico a vincere le Presidenziali del 2020.
Crooked Hillary, ovvero la disonesta Hillary, fu l’epiteto creato ad arte per colpire la Clinton durante le elezioni del 2016, durante le quali il Tycoon ottenne il suo primo mandato alla Casa Bianca.
Mike Bloomberg, esponente della finanza newyorkese, si è trovato a confliggere con Trump nel 2020, quando si accostò al Partito Democratico nel corso delle Primarie del partito. L’attuale Presidente non perse l’occasione per ribattezzarlo “Mini Mike”, in riferimento alla sua statura e, presumibilmente, alla sua caratura morale.
In tutti questi casi, Trump si è reso protagonista di atti di branding negativo nei confronti dei suoi antagonisti. E lo ha fatto suggerendo verità non dimostrate e banalizzando il racconto pubblico.
LEGGI ANCHE: Tipologie di commenti social disfunzionali: shitposting, derailing, nitpicking e tutti gli altri
2. Struttura discorsiva e retorica dei discorsi di Trump
Chi crede che Donald Trump sia un sempliciotto deve ricredersi: il Tycoon utilizza una struttura discorsiva ed espedienti di retorica studiati alla perfezione per raggiungere un obiettivo molto semplice, ma importantissimo: rendersi comprensibile e memorabile da tutti. O per lo meno, dai suoi elettori.
In particolare, si riscontrano due sovrastrutture imprescindibili del suo linguaggio:
- La brevità delle frasi
- Una struttura ritmica e ricorsiva
Analizziamo entrambi gli aspetti.
La brevità delle frasi
Donald Trump costruisce periodi molto brevi, non di rado inferiori anche alle 12 parole. La struttura essenziale delle sue frasi è utilissima per fissare concetti semplici che, più argomentare o informare, mirano a creare slogan di facile accesso e memorizzazione.
Per dare un’idea: in media i discorsi di Obama erano costituiti da frasi di 25 parole, quelli di Hillary da frasi di 18 parole circa. In parte, questa comunicazione è dettata anche dai nuovi paradigmi comunicativi, costruiti sulle esigenze di immediatezza e velocità, ma nel caso di Trump si tratta soprattutto di scelte strategiche, volte a lanciare messaggi semplici da comprendere ed emotivamente coinvolgenti.
La struttura ritmica e ricorsiva
Nei suoi discorsi, Donald Trump è un vero e proprio maestro della ritmica e fa ampissimo utilizzo di figure retoriche volte a enfatizzare ed estetizzare i (semplici) concetti che esprime. Tra gli espedienti di stile più comuni nel suo parlato troviamo:
Anafora
Ripetizione di una o più parole all’inizio di frasi diverse.
Esempio: “We will bring back our jobs. We will bring back our borders” – “Ripristineremo i nostri posti di lavoro. Ripristineremo i nostri confini”
Epifora
Ripetizione di una o più parole alla fine di frasi diverse.
Esempio: “Again” – “Di nuovo”. Ripetuto ossessivamente nei suoi discorsi pubblici e presente anche nel suo motto “Make America Great Again”
Anadiplosi
Ripetizione di una o più parole all’inizio di una frase e all’inizio di quella successiva.
Esempio: “America will start winning. Winning like never before.” – “L’America inizierà a vincere. Vincere come mai prima d’ora.”
Per approfondire questo tema potete consultare questa fonte e quest’altra.
Diversi studi, come questo, mettono in evidenza come Trump utilizzi un vocabolario tra i più semplici della storia della politica americana. I suoi discorsi sono poveri di contenuto informativo, ma ricchissimi di emotività, riescono a coinvolgere in modo immediato, restano scalfiti nella testa delle persone e costruiscono chiavi interpretative della realtà estremamente semplificate, ma comprensibili a chiunque.
È così che il Presidente USA riesce a dominare gli avversari sotto l’aspetto mediatico, armato di un mix di prepotenza, banalizzazione e velocità di esecuzione che disorienta l’oppositore e ne invalida qualunque tipo di argomentazione logica.
LEGGI ANCHE: Siamo davvero liberi pensatori? Tutto ciò che condiziona le nostre idee
3. Concetti ricorrenti e narrativa dominante
Ora passiamo però all’aspetto più importante, quello legato al contenuto. Solo analizzando gli schemi di ragionamento posti in essere da Donald Trump, trascendendo gli aspetti di tipo formale, stilistico e lessicale, possiamo davvero comprendere come ragiona e come comunica il Presidente dello Stato più potente del mondo.
Parlerò in particolare di questi aspetti:
- La dialettica del Noi / Loro
- Sicurezza e Paura
- L’avversione verso i media, le élite, l’establishment
- Il posizionamento come ‘Homo Novus’
La dialettica del Noi / Loro
Fin da quando si è affacciato sulla ribalta politica, Donald Trump ha costantemente alimentato la dialettica del nemico da sconfiggere, polarizzando il dibattito e l’opinione pubblica e creando fratture sociale che, ad oggi, appaiono insanabili.
Alla base di questa strategia c’è un chiaro intento di semplificare le questioni complesse, attuando una massiccia azione di delimitazione delle opinioni. Con lui, o sei dalla sua parte o sei contro di lui. E di conseguenza, o sei dalla parte degli Stati Uniti d’America o sei un nemico della patria. Vediamo alcuni esempi di come la retorica del Noi contro di Loro viene attuata:
USA Vs. Immigrazione: simboleggiata dalla metafora della costruzione del muro al confine con il Messico. Chiaramente, il muro non ha giocato un reale ruolo di contenimento del fenomeno migratorio, ma ha concorso a rappresentare concretamente la sua idea riguardo alle politiche di immigrazione e sicurezza.
I dazi: l’imposizione di dazi sulle importazioni americane, oltre che impattare drammaticamente sull’economia globale, ha concorso a consolidare la visione di Trump di un’America che vira sempre più convintamente verso il Sovranismo e l’isolamento. Un’America bastevole a se stessa, che non ha bisogno del supporto esterno né del globalismo economico.
USA Vs. Unione Europea: a inizio mandato, Trump ha annunciato un disimpegno per ciò che concerne il supporto militare all’Unione Europea, giustificato grosso modo come segue: l’UE si è arricchita per anni disinvestendo in armamenti, consapevole del fatto che gli USA vegliavano su di loro; ora le cose sono cambiate e gli Stati Uniti non si faranno più carico dei costi relativi alla difesa dell’intera alleanza atlantica.
Sicurezza e paura
Quando si percepisce la presenza di numerosi nemici, emerge inevitabilmente una paura diffusa, che a sua volta genera la necessità di rafforzare le difese interne. In quest’ottica, Trump ha promosso le sue politiche di contrasto all’immigrazione (talvolta etichettando gli immigrati come ‘Bad Hombres‘, soprattutto in riferimento ai confini con i paesi ispanofoni).
Parallelamente, ha consolidato una politica estera più aggressiva, dichiaratamente a sostegno delle democrazie amiche dell’Occidente e in opposizione ai regimi totalitari, considerati fucine di terroristi, estremisti religiosi e fautori della corsa agli armamenti nucleari.
Lo slogan “America First” è stato l’espediente narrativo più convincente attraverso cui Trump ha ribadito la propria visione politica: gli USA, sotto il suo controllo, hanno rafforzato l’esercito e aumentato il budget destinato alla sicurezza interna. Da notare che la sicurezza interna, con Trump, ha registrato una vera e propria trasformazione ideologica, oltre che pratica: la sicurezza nazionale non è più vista come un impegno globale in favore della democrazia e della stabilità internazionale, bensì come la protezione diretta degli interessi americani.
LEGGI ANCHE: Siamo diventati più stupidi? No, siamo solo più esposti
L’avversione verso i media e le élite
Trump ha implementato una struttura narrativa volta a posizionarlo come uomo vicino al popolo. Questa collocazione, unita alla dialettica del Noi / Loro e alla costante opera di banalizzazione delle complessità si è tradotta nell’individuazione di nemici interni alla nazione. Attenzione: nella retorica trumpiana, quelli che vado a citare non sono i suoi nemici, bensì i nemici dell’intero popolo americano.
Prima di tutto, Trump si scaglia frequentemente contro i mass media, responsabili a suo dire di costruire ad arte un racconto della verità menzognero, artificioso e progettato appositamente per scalfire la sua immagine.
In quest’ottica, i “mainstream media” che lo attaccano con “fake news” sono da considerare “nemici del popolo” (così definiti durante il suo discorso di insediamento).
In pratica, il Tycoon si racconta come unico depositario della verità, costantemente minacciata da media faziosi e corrotti. Chiaramente, questo atteggiamento mira a delegittimare qualsiasi critica libera e a fomentare un clima di sfiducia nei confronti dell’informazione.
Le élite, nella narrazione di Trump, sono rappresentative di una classe ben determinata, ovvero quella dei privilegiati. Le élite stanno nella politica, manipolano l’economia e possiedono il potere di controllare il linguaggio: in tal senso si può comprendere la totale avversione del Presidente nei confronti dell’ideologia Woke e del politicamente corretto.
Lo schema, in tal caso, è piuttosto leggibile: le persone egemoni della politica, dell’economia e della cultura americana si configurano come i paladini dello status quo; lui, di contro, è l’uomo chiamato a tutelare gli interessi del popolo, colui che deve “drain the swamp”, drenare la palude da “Washington swamp” (il pantano di Washington), “corrupt politicians” (politici corrotti), “special interests (interessi personali)”.
Il posizionamento come ‘Homo Novus’
Di conseguenza, essendo l’uomo che si frappone agli interessi delle élite e al malcostume dei media statunitensi, ecco che Trump si posiziona come l’homo novus della politica USA.
Donald Trump è riuscito perfettamente nel suo intento di raccontarsi, e di essere percepito, come un outsider, un uomo capace di farsi strada da solo all’interno dei salotti buoni della politica americana. L’uomo giunto per salvare un’America che ha smarrito se stessa, i suoi valori e la sua storia.
Questa è probabilmente la più riuscita delle trovate comunicative del Tycoon: perché sì, è riuscito perfettamente nel suo intento. Cerchiamo di capire come ci sia riuscito:
Trump è un personaggio esterno alla politica dell’establishment, un imprenditore che si è fatto da solo.
Il suo successo non è dovuto alla politica, ma alle sue straordinarie abilità imprenditoriali e alla sua capacità di credere nell’American Dream.
Denuncia costantemente il “sistema marcio” di Washington, configurandosi come l’alternativa sana, il redentore, colui che sarà in grado di “ripulire” lo sporco.
E così, gli americani gli hanno creduto.
LEGGI ANCHE: L’Italia è davvero un Paese laico? Dipende dai punti di vista
Considerazioni finali sulla comunicazione di Donald Trump
La strategia comunicativa di Donald Trump non ha nulla di innovativo. Gli schemi, gli artifici, le strumentalizzazioni e la retorica sono tutti elementi già ampiamente noti, alcuni persino da secoli.
Eppure, Donald Trump ha saputo fare breccia, definendo un personal branding che, fin dalle sue prime apparizioni, è apparso come credibile.
Nella sua narrazione troviamo una serie di elementi che gli hanno permesso di trionfare, primo su tutti il tempismo: Trump ha saputo farsi largo in un momento di disaffezione da parte dell’elettorato USA nei confronti della politica tradizionale, proponendo una nuova strada, esterna alle logiche tipiche del bipolarismo a Stelle e Strisce.
In un momento in cui l’intero mondo tende fortemente verso i nazionalismi, l’instabilità, la ricerca dell’uomo forte, il Tycoon ha saputo essere quell’uomo.
Ha sfruttato appieno il suo storytelling e la sua riconoscibilità, e lo ha fatto senza discostarsi da una percezione chiarissima che, da sempre, gli americani avevano su di lui.
La sua narrazione è rimasta coerente, anche negli eccessi, nella spregiudicatezza, nelle esagerazioni, nelle scorrette e negli sgarbi. Si è appropriato del dibattito politico imponendo la propria agenda e poi affrontandola nei toni e nelle modalità che gli sono più congeniali.
Trump trasforma la comunicazione politica in spettacolo: ogni comizio è un palcoscenico, ogni tweet una battuta di un copione populista. Il suo linguaggio scenico – tra insulti, iperboli e ritualità ripetitive – è pensato per attrarre, dividere e dominare la scena.
Donald ha attuato un enorme processo di banalizzazione e di strumentalizzazione, creando nemici riconoscibili e problemi tangibili, portando fin da subito le proprie soluzioni, ripetendole con una esasperante insistenza. Così, avvalendosi del bisogno del popolo di ricette di facile assunzione, fomentando l’odio e facendo leva sull’orgoglio americano, ha cambiato le logiche della politica globale, pur senza aver inventato nulla.
Si è giocato le proprie carte, senza fingere di essere ciò che non è, ma anzi, esponendosi in tutta la sua potenza mediatica. E incredibilmente, ha avuto ragione.
Cerchi un ghostwriter o un copywriter che ti aiuti a realizzare il tuo progetto? Conosciamoci!



