Richard Wagner era notoriamente un antisemita e, soprattutto nella fase iniziale della sua carriera, prese violentemente posizione contro gli ebrei, arrivando ad affermare che “Divenire uomini con noi, per l’ebreo significa innanzitutto cessare di essere ebreo. L’ebreo prenda parte a quest’opera di redenzione attraverso l’annullamento di sé”.
Molteplici testimonianze e documentazioni affermano che Martin Luther King fosse misogino, fedifrago e durante la propria vita assunse costanti atteggiamenti sessisti.
Indro Montanelli, nel corso di diverse interviste, ammise senza remore che, durante l’occupazione italiana dell’Etiopia, acquistò “regolarmente” una dodicenne ragazzina bilena che, durante la sua permanenza in Abissinia, fu a tutti gli effetti sua sposa.
In seguito a un banalissimo diverbio occorso durante una partita di pallacorda, Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come Caravaggio, uccise Ranuccio Tomassoni e, in seguito a tale episodio, fu costretto a vivere il resto della sua vita da esule e da fuggiasco.
Charlie Chaplin ebbe numerose relazioni con donne molto più giovani di lui; si sposò quattro volte, tre delle quali con compagne adolescenti (di età compresa fra i 16 e i 18 anni) e da una di esse, la seconda moglie Lita Grey, venne accusato di essere un violento e responsabile di continui abusi emotivi nei suoi confronti.
Questi sono solo cinque di una moltitudine di esempi che dimostrano come la grandezza di un essere umano può essere relativizzata. Dando per scontato che ognuna delle informazioni qui riportate sia vera, avrebbe senso perdere stima nei confronti di un compositore, di un attivista, di un giornalista, di un pittore e di un attore/regista considerati, nei rispettivi ambiti, tra i migliori di tutti i tempi?
Andiamo con calma, perché la questione è decisamente complessa e, come tutte le questioni decisamente complesse, deve essere affrontata con la giusta lucidità. Voglio parlarvi di cancel culture.
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Cancel Culture: che cos’è
La cancel culture, traducibile come cultura della cancellazione o cultura del boicottaggio, designa un meccanismo di ostracismo che colpisce individui, primariamente figure pubbliche e storiche, o marchi, attraverso la sottrazione di visibilità e attenzione mediatica. La principale conseguenza della cancel culture ai danni del bersaglio consiste nella perdita del sostegno e della stima del pubblico e può sfociare fino al totale annullamento della sua esposizione. In pratica, chi viene colpito dalla cancel culture è come se smettesse di esistere.
Come si attuano le dinamiche di cancel culture
Ma come funziona esattamente? In che modo e per quale ragione un personaggio pubblico, amato fino a poco prima, vede sgretolarsi in pochi minuti la stima, la riconoscibilità e l’amore acquisiti nel corso di una carriera?
L’elemento fondamentale della cancel culture è quello dell’azione di massa: questo tipo di fenomeno, infatti, non potrebbe esistere se non fosse per le logiche della viralità e delle mobilitazioni di gruppo che solo il nostro periodo storico e la tecnologia contemporanea possono offrire.
È cruciale porre in evidenza che tali mobilitazioni sono quasi sempre innescate da fatti o parole che il pubblico giudica negativamente, come ad esempio un episodio di violenza o una frase socialmente sconveniente pronunciata a mezzo social oppure catturata nel privato e poi resa di dominio pubblico.
Esemplifichiamo, banalizzando: un personaggio famoso si rende protagonista di un’uscita infelice, ad esempio una battuta di cattivo gusto di stampo omofobo. A quel punto, si avvia la macchina della cancel culture: il pubblico gli volta le spalle, i suoi profili social vengono inondati di offese, talvolta costringendolo a chiudere i suoi account, il suo volto diventa sgradito in tv: in modo straordinariamente rapido, il personaggio scivola nell’oblio.
Come facilmente immaginabile, questa macchinazione segue anche una logica retroattiva: ad esempio, se si tratta di un cantante, le sue canzoni non vengono più trasmesse in radio. Ecco come, spiegata in modo estremamente stringato, agisce la cancel culture.
Ora proviamo ad andare a fondo alla questione: è giusto che sia così?
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La Cancel Culture e le imposizioni di pensiero
Sotto alcuni aspetti, la cancel culture riflette un atteggiamento naturale, legittimo: una persona si macchia di una colpa aberrante e, di conseguenza, perde l’affezione e la stima del pubblico. Dove nasce, allora, la stortura? Perché la cancel culture è così invisa a una fetta sempre più rilevante dell’opinione pubblica?
Il problema è legato al fatto che esiste un movimento che sembra essersi impossessato della moralità e che, in funzione di essa, stabilisca cosa si possa dire e cosa no; quale pensiero sia legittimo e quale deve essere taciuto; quale tipo di umorismo sia lecito e quale sia da condannare. Che stabilisce cosa sia da giudicare (e condannare) come colpa aberrante. Chi non aderisce al protocollo ne paga le conseguenze. Ora ditemi: non è questa una forma di dittatura del pensiero?
Ancora una volta, si confonde il fine con il mezzo e si inverte l’ordine naturale delle cose, si rovescia la logica del ragionamento: perché è giusto, sacrosanto, auspicabile che il mondo tenda verso una visione di inclusività, di rispetto per le minoranze, di fratellanza, ma il prezzo da pagare non può essere quello della coercizione, del ricatto, dell’imposizione dell’oblio nei confronti dei ‘trasgressori’.
Inoltre, nessuno ha spiegato quale sia l’istituzione preposta a vigilare e in funzione di quale legittimazione eserciti suddetto potere. L’elemento più spaventoso della cancel culture sta nella sua capacità di essere impalpabile, granulare. Agisce attraverso la forza di grandi masse informi, pulviscoli che, addensandosi, diventano banchi rigidi, capaci di travolgere ogni cosa. E più il peso del corpo che vi si infrange è gravoso, maggiore è il fragore che ne scaturisce.
Così, il mondo non tende verso un futuro migliore, costruito sulla forza delle idee, bensì verso prospettive di paura e incertezza, in cui quello che sarebbe dovuto essere l’obiettivo da raggiungere diventa lo strumento che arma gli squadristi del politicamente corretto. Un’estorsione concettuale con la quale è meglio non confliggere, se non si vuole essere castigati. Da chi, poi? Questo è impossibile capirlo.
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Le conseguenze della cultura della cancellazione
Ma non sono ancora arrivato a descrivere i surreali effetti di questo fenomeno. Perché ora dobbiamo interrogarci su quali siano le conseguenze di questa ortodossia ideologica, badando bene a sottolineare che qui non si vuole in alcun modo avallare le posizioni assunte da razzisti, omofobi e sessisti tutelando il loro diritto di offendere, denigrare e insultare.
Una delle conseguenze della cultura della cancellazione è l’inaridimento del dibattito e del confronto e, come avviene in modo sistematico su qualunque tema presenti una certa complessità, la polarizzazione delle posizioni. (Anche) la cancel culture traccia un confine: al di qua chi la difende e la sostiene come strumento di lotta: una sorta di prezzo da pagare per conseguire un bene superiore; dall’altra, chi si oppone fermamente, si fa portavoce di tensioni restauratrici e rigetta il cambiamento, etichettandolo come “nuova forma di dittatura”. La cancel culture depaupera un confronto che dovrebbe vertere sul contenuto e che, inevitabilmente, si stempera nelle questioni di forma, perdendo consistenza.
La cultura del boicottaggio fa da argine a qualunque posizione impopolare, ma non per questo moralmente deprecabile. La cancel culture agisce come una sorta di polizia morale da cui è meglio tenersi alla larga. E il modo migliore per farlo è evitare prese di posizione che possano fare insorgere quel pulviscolo informe, ma incredibilmente potente. Meglio proteggere il proprio status, il proprio lavoro, la propria fan base che esporsi al rischio di essere male interpretato e, per effetto di ciò, finire in pasto al pubblico ludibrio.
Una deriva censoria in cui sempre più spesso sfocia la cultura della cancellazione, strumentalizzando qualunque argomento e mandandolo incontro a un terrificante processo di impoverimento culturale. Si tratta di un enorme e irrisolvibile paradosso secondo cui, in nome della difesa dei più deboli, gli individui vengono schiacciati facendo leva sulla forza dei numeri, in una dinamica da uno contro milioni che di etico non ha davvero nulla e che, nel frattempo, calpesta principi basilari come la libertà di espressione e il pluralismo.
Al contempo, viene cancellata ogni possibilità di reale redenzione da parte del malcapitato, che a quel punto non può fare altro che chinare il capo col cappello in mano, a prescindere che la sua contrizione sia vera o solo esibita.
E poi c’è la questione che, personalmente, mi tocca in misura maggiore: i filtri che la cultura dell’oblio impone oggi all’arte, intesa come straordinaria forza motrice in grado di creare significati, stimolare riflessioni, offrire nuovi punti di vista.
L’arte intesa anche come libertà. Libertà di raccontare storie che siano solo storie, che non tendono verso l’universalità, che non pretendono di insegnare nulla. Perché oggi diventa sconveniente, ad esempio, portare sullo schermo la storia di un omosessuale appassionato di shopping o di un imprenditore ebreo assetato di soldi o di un italo-americano che parla sgrammaticato. Perché così si alimentano gli stereotipi, così si ricalcano macchiette trite e ritrite, così non si insegna nulla di buono ai giovani. Come se l’arte fosse subordinata a finalità didattiche. L’arte è arte e non deve subordinarsi ad alcunché. E una storia è solo una storia.
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La cancel culture retroattiva e la cancellazione del passato
Dulcis in fundo, la cancel culture ha sviluppato questa aberrante capacità di essere retroattiva. Così, non contenta di porre il veto sulle parole e sui contenuti odierni, la polizia dell’oblio volge il proprio sguardo anche al passato, arrogandosi il diritto di stabilire quali persone sono moralmente degne di essere raccontate oggigiorno e quali dovrebbero essere occultate. Quali libri, quali film, quali racconti sono funzionali alla narrazione moralmente accettabile dei giorni nostri e quali è meglio segretare. Il tutto, prescindendo da valutazioni di carattere artistico o estetico, ma sempre e solo con la lente del funzionalismo socio-culturale. E tralasciando il contesto storico in cui si collocano le persone e i racconti.
La cosa più grave è che i valori di oggi diventano i codici attraverso cui leggere e interpretare il passato. Ecco come Martin Luther King rischia di essere svuotato del proprio significato simbolico, nel momento in cui cessa di essere visto come un paladino dei diritti degli afroamericani e vestito di una nuova narrazione, che lo vuole icona di maschilismo e nulla più. Indro Montanelli smette di fungere da modello di giornalismo sano e libero e diventa null’altro che un depravato che abusa di bambine africane.
Non importano le gesta, non importano i sacrifici, non conta ciò che un uomo o una donna compie e ha compiuto nella sua vita né perché: lo spessore di un individuo dipende da canoni e standard creati ad hoc da una sottocultura che ha saputo farsi egemone e che si appropria del diritto di sentenziare sulla caratura delle persone.
Il giudizio verte esclusivamente su criteri etici legati alla contemporaneità, come un’Inquisizione dei tempi moderni che definisce e impone l’unica chiave di lettura consentita sul mondo. Un movimento acefalo che stabilisce se le persone del passato siano degne, o meno, di essere mostrate, raccontate, simbolizzate. Un’élite che vuole scegliere per tutti.
Il presente e le sue battaglie diventano l’unica cosa che conta, in un meccanismo distorto di appiattimento e banalizzazione che fa solo del male. Prima di tutto alla cause stesse che la cancel culture vorrebbe proteggere.
La cancellazione è un atto di violenza inenarrabile. Siamo tutti esseri umani e, in quanto tali, siamo luce e ombra. La memoria serve a perpetrare la luce che le persone più rilevanti, per un certo motivo e da uno specifico punto di vista, hanno saputo emanare, in modo che essa ispiri e insegni. Nessuno può stabilire cosa sia meritevole di essere tramandato e cosa no, nessuno è abbastanza grande per un compito simile: quel processo deve gestirsi da sé.
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La solita pedante precisazione e l’ultima colpa della cancel culture
In questo mondo di analfabetismo funzionale imperante, mi tocca tassativamente chiudere i miei articoli con un distinguo: non voglio in alcun modo assolvere chi usa lo scudo della cancel culture per dare sfogo alle proprie frustrazioni razziste, omofobe, sessiste e abiette. E dover fare questa precisazione è l’ulteriore colpa che riconosco alla cultura della cancellazione.
La cancel culture è un’infrastruttura difettosa. Vorrebbe colpire i razzisti, gli omofobi, i sessisti, ma lo fa con un’intransigenza e un’ottusità tali da farla passare dalla parte del cattivo (e dello stupido); in questo modo, si trasforma in un nascondiglio ideale proprio per le categorie umane che vorrebbe colpire, diventando, per paradosso, una morbida coperta che ripara le persone con la pochezza di spirito.
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